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Minority stress: il danno sociale alla comunità LGBTQ+

Se hai presente che cosa si intende con comunità LGBT, non ti sarà difficile immaginare quali possano essere i disagi psicologici che automaticamente ne conseguono, specialmente derivanti dal contesto sociale in cui ciascuno di noi è inserito.

Se a tua volta appartieni a questo gruppo, probabilmente avrai sperimentato questo malessere sulla tua pelle e saprai quanto è difficile confrontarsi ogni giorno con i pregiudizi, gli stereotipi e quelle che per il senso comune vengono viste come delle norme.

Tutto ciò può portare facilmente a subire discriminazioni per via dell’appartenenza a un orientamento sessuale o a un’identità di genere differente rispetto a ciò che vene, culturalmente, concepito come standard. Questo è il fenomeno del minority stress, ed è l’argomento di cui parleremo nel nostro articolo, con particolare attenzione alle cause che lo scatenano, i diversi tipi di violenze che ne derivano, che possono essere esplicite o prendere la forma di microaggressioni e la teoria del minority stress e l’importanza delle conseguenze negative di questo fenomeno sulla salute delle persone interessate.

Se questo tema ti interessa, continua a leggere: troverai approfonditi tutti questi punti per avere una comprensione globale del fenomeno e della sua entità.

Omotransfobia: la radice del minority stress

Per parlare in maniera completa del minority stress è necessario prima comprendere da dove deriva. A sua volta, infatti, è il frutto di un altro fenomeno, che prende il nome di omotransfobia e consiste nella credenza, da parte di molte persone, in una serie di pregiudizi, stereotipi e convinzioni errati riguardo i gruppi che si riconoscono all’interno della comunità LGBT, che vengono assunti come veri e producono in questo modo un atteggiamento discriminatorio.

Come suggerisce il termine, l’omotransfobia riguarda persone omosessuali, bisessuali, transgender, gender fluid o che appartengono a qualsiasi altra categoria queer.

La serie di comportamenti lesivi che queste persone subiscono, più o meno apertamente, possono sfociare nel cosiddetto minority stress, che quindi si configura come un fenomeno di origine sociale, la conseguenza del semplice appartenere a una minoranza che da molte persona non viene compresa.

Aggressioni overt e covert che causano il minority stress

Alla base del minority stress, quindi, ci sono dei comportamenti che possono essere violenti, in modo esplicito o esplicito.

Nel primo caso parliamo di aggressioni overt, nel secondo di aggressioni covert. Entrambi i tipi di violenza si verificano con maggiore probabilità negli ambienti di lavoro e in contesti sociali e solitamente aumentano di frequenza quando la persona fa coming out.

In particolare, le violenze covert sono insidiose, dal momento che non sempre chi le mette in atto si rende conto del carattere discriminatorio del suo gesto, ma ferisce comunque i sentimenti di chi lo riceve.

Questi comportamenti sono detti anche miroaggressioni e possono essere di tipo verbale, come commenti stereotipizzanti, messaggi impliciti di esclusione, anche a livello emotivo, umilianti e discriminanti rispetto al gruppo. Le microaggressioni, quindi, derivano da un substrato culturale talmente radicato da infiltrarsi anche negli atteggiamenti che non hanno intenzione di ferire l’altro, ma causano comunque vergogna e senso di inferiorità, contribuendo al fenomeno del minority stress.

La teoria del minority stress

Il minority stress, quindi, si configura come una condizione cronica di disagio subita dalle persone che appartengono a una minoranza, come risultato della stigmatizzazione che deriva dalla società. Questo concetto viene definito anche dall’Institute of Medicine, che ha individuato re possibili prospettive in riferimento alla popolazione LGBT che, quindi, si troverebbe a subire una condizione di stress cronico:

  • prospettiva nel corso della vita: ogni evento che ha a che fare con le aggressioni discriminatorie ha un’influenza che si trascina anche nel futuro della persona;
  • prospettiva personale: riguarda il modo in cui differenti aspetti e modi di essere della stessa persona possono interagire e subire l’influenza negativa di questi eventi;
  • prospettiva dell’ecologia sociale: mette in evidenza quanto i singoli contesti all’interno dei quali l’individuo si muove quotidianamente possono avere un peso diverso e condizionare il comportamento della persona.

Queste tre prospettive sono in realtà tre fattori che interferiscono con la salute mentale delle persone che subiscono il minority stress e che gli studi hanno evidenziato essere, in generale, significativamente minore rispetto al resto della popolazione, proprio per via del maggior numero di sfide che possono porre la persona in una situazione di disagio.

Secondo il modello del minority stress, concepito da Brooks e Meyer, l continuo contatto con discriminazione e pregiudizi di cui è impregnata la società, e soprattutto l’avere a che fare con un ambiente sociale ostile, predispone a problemi a livello di salute mentale. In pratica, le persone che appartengono a delle minoranze in generale (tra cui, quindi, anche chi si riconosce nella comunità LGBT), oltre alle normali fonti di stress comuni a tutti, devono fronteggiarne di aggiuntive.

Anche in questo caso, il risultato finale è dato dall’intersezione di due livelli:

  • culturale: il contesto causa uno stress oggettivo, che si presenta in concomitanza con i comportamenti discriminanti che provengono dalla società. È un fattore sul quale la persona non può esercitare il minimo controllo, che si colloca come sfondo e substrato della sua esistenza;
  • soggettivo: questa componente ha più a che fare con la sensibilità personale che rende ciascuno più o meno vulnerabile o resiliente allo stress che deve sopportare. È un livello che riguarda il vissuto personale e il modo in cui lo stigma e i pregiudizi pesano sulla propria pelle e sul proprio benessere.

In base a queste considerazioni, quindi, a contribuire al minority stress non sono solamente le aggressioni e le violenze, fisiche o verbali, che una persona ha subito, ma anche il livello di profondità al quale viene percepita la stigmatizzazione, l’omofobia interiorizzata, il percepirsi come delle vittime e la necessità avvertita di nascondersi come forma di protezione.

Misurare il minority stress

Ma come si fa a capire se una persona è vittima in misura pesante del minority stress? Esistono degli strumenti specifici per misurare questa variabile, ad esempio la scala ideata da Balsamo, chiamata Daily Heterosexist Experiences Questionnaire, validata da evidenze scientifiche, che si propone come uno strumento completo.

In effetti la scala valuta non solo la componente oggettiva, che riguarda le aggressioni effettivamente subite, ma anche il livello di stress percepito in base al proprio modo di essere e alla propria sensibilità. Inoltre, sono presenti ulteriori specifiche che riguardano diversi gruppi appartenenti alla comunità LGBT che, ad esempio, vengono differenziati per genere di appartenenza, identità sessuale ed etnia.

Conseguenze del minority stress

Abbiamo detto che, a causa della maggiore frequenza di esposizione a situazioni stressanti, il livello di benessere psicologico è tendenzialmente inferiore per le persone che appartengono a delle minoranze (come identità di genere e orientamento sessuale) rispetto alla popolazione normativa, dal momento che alle tematiche quotidiane che riguardano tutti si sommano quelle specifiche delle minoranze. Ma in che modo il senso di malessere aumenta? Cosa si intende di preciso?

Prima di tutto, nella quotidianità, queste persone tendono a sviluppare una sorta di ipervigilanza, che si pone come uno stato abitudinario: le persone della comunità LGBT, con maggiore facilità rispetto ad altri, vivono in modo teso e affrontano le situazioni in uno stato di allerta per cercare di identificare in anticipo le premesse di un evento che potrebbe risultare dannoso o pericoloso.

In alcuni casi, questa iperattivazione rischia di trasformarsi in ansia anticipatoria e tensione costante, che spinge la persona a evitare di fidarsi delle persone per proteggersi dagli effetti dell’omotransfobia.

Ma questa stessa omotransfobia, talvolta, può diventare anche interiorizzata nella fattispecie, gli individui tendono a interiorizzare i pregiudizi e gli stigmi che li riguardano, sviluppando anche delle aspettative negative, come quella di essere rifiutati.

Chiaramente tutto ciò ha effetti negativi sull’autostima: il risultato è la nascita di sentimenti di inferiorità rispetto agli altri, dai quali può derivare anche un disprezzo per se stessi, fino all’identificazione negli stessi stigmi sociali.

A livello clinico, possono anche avere luogo conseguenze riconoscibili all’interno di disturbi strutturati, come sindromi depressive e ansiose, derivanti da un isolamento sociale e da un’esistenza trascorsa nel timore di non essere accettati dalla società.

Non sono rari nemmeno i casi di dipendenze da sostanze e, in condizioni estreme, tra le persone LGBT è anche maggiore il rischio di suicidio come impossibilità di reggere la tensione.

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