La sindrome di Peter Pan: che cos’è e come affrontarla

Mostrare resistenza persistente o un rifiuto di assumere responsabilità adulte e di affrontare i compiti associati all’età adulta è tra le caratteristiche associate alla sindrome di Peter Pan

Hai mai sentito parlare della sindrome di Peter Pan? Non si tratta di un vero disturbo riconosciuto, ma è piuttosto un modo di essere, di alcuni adulti, che sembrano fare di tutto per non assumersi mai le responsabilità, come a voler ritardare il momento dell’ingresso nell’età adulta.

Di seguito parleremo in modo approfondito di come riconoscere queste persone, cosa possono fare per migliorare e come si dovrebbe comportare una persona molto vicina a loro.

Sindrome di Peter Pan: che cos’è?

Come abbiamo detto, nonostante il nome, la sindrome di Peter Pan non è propriamente un disturbo mentale riconosciuto, e infatti non compare tra quelli che sono classificati nel DSM-5 (Manuale Diagnostico Statistico dei Disturbi Mentali). Piuttosto si tratta di un atteggiamento della persona, che poi si riflette in una serie di comportamenti che sono indicativi dell’intenzione di non volersi assumere le responsabilità del mondo adulto. I pratica, si tratta di adulti in tutto e per tutto che, però, non accettano di agire in maniera congruente alla loro età biologica perché sono emotivamente immaturi.

In effetti, i comportamenti che questa sindrome riflette sono molto spesso infantili, e constano nel tentativo di svincolarsi da ogni presa di posizione che ci si aspetterebbe da un adulto.

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Come si riconosce la sindrome di Peter Pan?

Come possiamo riconoscere una persona che soffre di sindrome di Peter Pan? Ovviamente dobbiamo partire dal presupposto che, trattandosi di un modo di essere e non di una malattia fisica, ciascuno ha il suo modo di manifestarlo. Ma, in generale, ci sono delle caratteristiche presenti in tutti gli adulti che vogliono rimanere bambini, o quasi.

Il rapporto con se stessi

In primo luogo, gli adulti con sindrome di Peter Pan non sono in grado di fare molte cose per se stessi, e non hanno intenzione di provare o imparare a farle. Per questo motivo sono completamente dipendenti dagli altri per essere accuditi. Si tratta di un comportamento molto infantile: queste persone amano che siano gli altri a occuparsi dei loro bisogni primari, perfino di quelli che determinano la sopravvivenza, come cucinare.

Ma questo non è l’unico modo in cui si manifesta la dipendenza dagli altri: diventare adulti vuol dire anche prendersi altri tipi di responsabilità, ovvero fare delle scelte che, andando avanti, plasmeranno la vita futura della persona. Chi soffre di sindrome di Peter Pan si rifiuta di prendere in mano decisioni così importanti e, infatti, quando si trova nella situazione, se non può delegare la scelta a qualcun altro, si astiene dal decidere.

Allo stesso modo, spesso c’è anche un rapporto difficile con il denaro: tipicamente la persona con sindrome di Peter Pan non è in grado d gestirlo e volatilizza risparmi e guadagni al punto da non riuscire ad arrivare alla fine del mese.

Un altro tratto distintivo è la mancanza di volontà e di interesse nel migliorare la situazione: la persona con sindrome di Peter Pan, dopotutto trae vantaggio da questa situazione, con gli altri che si prendono cura di lei o lui e del modo in cui conduce la sua vita. Non vede nulla di male in questo e non avverte la spinta o la necessità di assumersi le sue responsabilità: continuerà a fare a stessa vita di sempre e a comportarsi allo stesso modo.

Il rapporto con gli altri e con il mondo

Le persone con sindrome di Peter Pan hanno anche una peculiare modalità di rapportarsi con gli altri. Ad esempio, quando si tratta di stringere un legame forte e profondo, che si tratti di un’amicizia o di una relazione amorosa, sono molto restii. Questo perché non vogliono impegnarsi con gli altri dal momento che un rapporto a lungo termine, di qualsiasi natura esso sia, implica il dover rendere conto a certe responsabilità, che questi individui rifuggono. Le loro relazioni, quindi, si fermano a un livello superficiale.

La persona con sindrome di Peter Pan, non possiede la maturità emotiva che ci si aspetterebbe da lui alla sua età. Ciò implica anche un’incapacità di affrontare i conflitti e le discussioni che normalmente fanno parte delle relazioni che gli adulti intrattengono ogni giorno. Al contrario, la persona con sindrome di Peter Pan teme questi confronti, pensando di non poterli reggere, pertanto attua dei comportamenti di evitamento di diverso tipo: può arrivare non solo a deviare in maniera sistematica ogni possibilità di scontro, ma addirittura a isolarsi per evitare di esporsi a situazioni che potrebbero condurre a questa conclusione e risultargli scomode.

La sindrome di Peter Pan: perché gli adulti si comportano in modo infantile?

Abbiamo detto, quindi, che gli individui con sindrome di Peter Pan sono adulti che assumono atteggiamenti immaturi e infantili. Gli studi hanno provato a trovare una spiegazione a questo fenomeno, azzardando alcune ipotesi sulla sua origine.

Alcuni studiosi suggeriscono che la causa sia primariamente da ricercare nell’infanzia che queste persone hanno vissuto, soprattutto nel rapporto che avevano con i genitori. Il primo importante fattore potrebbe essere lo stile di attaccamento, ovvero le modalità messe in atto dal bambino in risposta ai comportamenti dei genitori per mantenerli agganciati dal punto di vista emotivo. In base a come il genitore agisce, infatti, il bambino sviluppa alcune strategie che gli consentono di mantenere la vicinanza con il genitore, determinando così il suo stile di attaccamento. Nella sindrome di Peter Pan potrebbe essere coinvolto uno stile di attaccamento evitante, in cui il bambino non esprime emozioni negative perché ha imparato che creerebbero una distanza tra sé e il genitore. Di conseguenza, è più facile che cresca evitando l’intimità emotiva con gli altri.

In secondo luogo, anche lo stile educativo deve essere considerato: è possibile che chi sviluppa una sindrome di Peter Pan sia stato un bambino con genitori troppo permissivi o eccessivamente protettivi, che avrebbero creato un’abitudine a evitare l’assunzione di responsabilità.

Per quanto riguarda, invece, la persona in senso stretto, alcune caratteristiche coincidono con il disturbo narcisistico di personalità, motivo per cui si pensa che l’adulto con sindrome di Peter Pan condivida alcuni tratti di questa struttura, come la non assunzione di responsabilità e la tendenza a incolpare gli altri per i propri fallimenti, il dare la priorità ai propri scopi rispetto al benessere degli altri: tutti atteggiamenti immaturi che indicano una persona che fa fatica a comportarsi effettivamente da adulto.

Sindrome di Peter Pan? Che cosa fare?

Se ti riconosci nella sindrome di Peter Pan, avrai compreso come il tuo atteggiamento possa essere limitante per te e per le persone che ti stanno intorno. Cercare di cambiarlo è un percorso lungo, che puoi affrontare insieme a un esperto psicologo o psicologa, come i professionisti e le professioniste che lavorano per Serenis.

Se, invece, riconosci in questa descrizione una persona a te molto vicina, o con la quale hai intrecciato una relazione, ti starai domandando come affrontare questa condizione. Il primo consiglio è di non colpevolizzare questa persona: cerca piuttosto di capire da dove deriva il suo atteggiamento e prendi atto del fatto che chi soffre di sindrome di Peter Pan non è in grado di caricarsi delle responsabilità che gli spettano.

Ciò non significa che tu debba arrenderti: impara a mettere in atto una comunicazione chiara e assertiva, esprimi apertamente i tuoi bisogni e i tuoi sentimenti. È il primo passo per responsabilizzare chi ti sa accanto. Poi stabilisci anche dei limiti e dei piccoli compiti da dividere, in modo che ciascuno dei due apporti un contributo alla relazione senza essere dipendente dall’altro.

Se ti sembra che l’altra persona non sia collaborativa e non voglia in nessun modo cambiare il suo atteggiamento, neanche per venire incontro alle tue necessità, forse dovresti fare un esame di realtà e chiederti quanto questa relazione ti faccia bene e quanto tu riesca a rimanerci senza soffrire in maniera eccessiva. Metti davanti la tua salute mentale prima di tutto, e valuta se il gioco vale la candela o se ti sta limitando troppo.

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Redazione

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Revisori

reviewer

Dott. Domenico De Donatis

Medico Psichiatra

Ordine dei Medici e Chirurghi della provincia di Pescara n. 4336

Laurea in Medicina e Chirurgia presso l'Università degli Studi di Parma. Specializzazione in Psichiatria presso l'Università Alma Mater Studiorum di Bologna.

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Dott. Federico Russo

Psicoterapeuta Cognitivo-Comportamentale e Neuropsicologo, Direttore Clinico di Serenis

Ordine degli Psicologi della Puglia n. 5048

Laurea in Psicologia Clinica e della Salute presso l’Università degli Studi “G. D’Annunzio” di Chieti. Specializzazione in Psicoterapia Cognitivo-Comportamentale a indirizzo neuropsicologico presso l’Istituto S. Chiara di Lecce.

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Dott.ssa Martina Migliore

Psicologa Psicoterapeuta specializzata in Psicoterapia Cognitivo Comportamentale

Ordine degli Psicologi dell'Umbria n.892

Psicologa e Psicoterapeuta cognitivo comportamentale, docente e formatrice. Esperta in ACT e Superhero Therapy. Membro dell'Associazione CBT Italia, ACT Italia e SITCC. Esperta nell'applicazione di meccaniche derivanti dal gioco alle strategie terapeutiche evidence based e alla formazione aziendale.