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Inserimento al nido: consigli per i genitori

L’inserimento del bambino al nido è un momento ambivalente, di crescita e trasformazione per tutti i membri del nucleo familiare. Si tratta del primo movimento di distacco del bambino, che comincia ad esplorare nuovi spazi e a rapportarsi a figure estranee all’ambiente casalingo.

Per i genitori, questo movimento può essere fonte di preoccupazione e angoscia e portare alla formulazione di domande del tipo: “Come si troverà nostro figlio? Si sentirà a suo agio? Stiamo facendo la scelta giusta?”.

Da svariati anni, la pedagogia preferisce parlare di ambientamento al nido piuttosto che di inserimento. Questo perché il bambino non viene semplicemente inserito in un contesto a lui estraneo, ma si ambienta in un luogo pensato per soddisfare i suoi bisogni psicoemotivi e per favorire la sua crescita ed educazione.

Nell’articolo parleremo di quando sia meglio effettuare l’inserimento al nido, di come avviene nel concreto e dell’ambientamento del bambino dal punto di vista emotivo e psicologico.

Inserimento al nido: quando è meglio farlo?

Non esiste un’età giusta per l’inserimento al nido. Questo perché il nido non costituisce un’esperienza necessaria per il bambino. Il contatto con le figure genitoriali è invece un’esperienza fondamentale.

A parere dello psicologo britannico John Bowlby, durante questi anni va infatti a formarsi la base sicura: la presenza emotiva dei genitori, il loro supporto al bambino, andranno a influenzare il suo stile di attaccamento futuro (Bowlby, 1989).

Ciononostante, il nido appare necessario come struttura di supporto, per tutti quei genitori impegnati a livello lavorativo e privi di parenti prossimi che possano occupare del tempo con il minore.

Inserimento al nido a 8 mesi di vita

Si dice che inserire il bambino al nido prima degli 8 mesi di vita possa essere la scelta migliore. Questo perché consentirebbe di prevenire la paura dell’estraneo, cioè la tipica sensazione di spaesamento che i bambini possono vivere in presenza di volti ignoti (specie se in assenza delle figure genitoriali).

D’altra parte però bisogna ricordare che fino ai 12 mesi il bambino ha necessità fisiologica di rimanere accanto ai suoi genitori, perché i suoi bisogni sono ancora analoghi a quelli che viveva all’interno dell’utero.

Inserimento al nido a 12 mesi di vita

In alternativa, si può optare per l’inserimento al nido durante il dodicesimo mese di età (12-15 mesi). In questo periodo la paura dell’estraneo è generalmente più intensa e il bambino potrebbe vivere ansia da separazione durante il processo di ambientamento.

Ben presto, il piccolo instaurerà una relazione affettiva con l’educatore arrivando a superare la paura dell’estraneo e il generale senso di spaesamento causato dall’allontanamento dalle figure genitoriali.

Inserimento al nido a 18 mesi di vita

L’ultima soluzione è quella di inserire il bambino al nido dopo il diciottesimo mese di età. Questa fase sembra la migliore dal punto di vista della reazione immediata del bambino, ma non implica, come molti credono, un migliore ambientamento futuro nella scuola materna.

Per concludere, possiamo affermare che non esiste un’età giusta per l’inserimento al nido, e che vanno considerate le necessità dei genitori e la possibilità di iscrivere il bambino ad una struttura più adatta alla sua fase di vita (micronido, nido, nido con spazio all’aperto).

Come avviene l’inserimento al nido?

L’inserimento al nido avviene attraverso delle fasi precise, che comprendono:

  • primo contatto tra genitori ed educatori, per parlare dell’eventuale iscrizione, del funzionamento del nido, delle necessità dello specifico bambino;
  • giornate in compresenza genitori-educatori, che consentono al bambino di esplorare il nuovo ambiente mantenendo un equilibrio, cioè senza le emozioni negative spesso suscitate dal distacco;
  • giornate alternate: a questo punto, il bambino ottiene maggiore autonomia e si trova nella fase successiva al primo ambientamento. I genitori possono alternare giornate di presenza a giornate in cui lasciano il figlio solo nella struttura, dando grande importanza al momento del saluto;
  • fase di distacco: se il bambino ha acquisito confidenza con l’ambiente, verrà proposta una fase di distacco in cui le giornate in compresenza andranno a poco a poco a diminuire.

Sottolineiamo l’importanza della fase di saluto: il bambino deve sapere che verrà lasciato solo e che il genitore tornerà a prenderlo ad un orario predefinito.

Durante queste fasi, possono quindi presentarsi vari scenari:

  • se il bambino risponde bene al distacco, si proseguirà come detto;
  • se invece si dimostra angosciato, vive crisi di pianto o simili, il genitore dovrà tornare in compresenza affinché il bambino possa ambientarsi senza timore di perdere la figura di riferimento;

Quando l’ambientamento sarà avvenuto con successo, il bambino potrà consumare il pasto all’interno della struttura e cominciare ad effettuare il pisolino.

L’ambientamento ha una durata complessiva di circa 2 settimane.

Il metodo svedese

In alternativa, esiste un metodo che consente di concentrare l’ambientamento nei primi tre giorni di frequentazione. Si tratta del “metodo svedese“:

  • il primo giorno viene trascorso in presenza del genitore;
  • il secondo giorno il genitore e l’educatore si supportano nella cura del bambino;
  • il terzo giorno l’educatore comincia a compiere gesti in autonomia;
  • il quarto giorno il genitore lascia il bambino da solo al nido.

Ricordiamo che in entrambi i metodi è necessario avviare una comunicazione aperta con il bambino, che gli permetta di comprendere cosa sta accadendo durante la fase di ambientamento. Non bisogna agire solo per placare il pianto del bambino, ma dare spazio e validità all’emozione di nostro figlio.

Per ricevere supporto durante la scoperta della genitorialità, consigliamo di rivolgersi ad uno psicologo esperto in parent training.

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