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Hindsight bias: la delusione del “senno del poi”

L’hindsight bias è un errore cognitivo che distorce la nostra memoria: come si attiva, quali sono le possibili conseguenze e cosa fare

Il mondo dei bias cognitivi è gigantesco. In letteratura se ne contano almeno 200 e tutti, prima o poi, cadiamo nella trappola di alcuni (se non tutti) di questi.

Un esempio di errore cognitivo che ognuno di noi ha commesso (e che probabilmente continueremo a fare) è l’hindsight bias.

Si tratta di una strategia del nostro cervello che scatta per risparmiare energie perché non è in grado di processare tutte le informazioni che gli arrivano.

Il problema è che, purtroppo, rischia di distorcere i nostri ricordi, e quindi i comportamenti nella vita quotidiana.

In questo articolo scopriremo insieme di cosa si tratta, i meccanismi che sono alla base di esso, le possibili conseguenze positive e negative, e come evitare di attivarlo quando non è opportuno.

Cos’è l’hindsight bias

L’hindsight bias può essere tradotto in diversi modi: senno del poi, l’ho sempre saputo, te lo avevo detto, sapevo che sarebbe andata così e tutto ciò che gira intorno a questi concetti.

Si tratta infatti di un bias che scatta quando guardiamo con gli occhi e la consapevolezza di oggi quello che è successo nel passato, ma con una conoscenza che in realtà distorce la nostra memoria.

Chiamato anche errore di giudizio retrospettivo, può comparire in qualsiasi ambito della nostra vita e si verifica quando sappiamo già come sono andate le cose ma modifichiamo i nostri ricordi per renderli compatibili con il risultato finale.

In sostanza, è quella tendenza mentale che ci porta a credere che gli eventi passati erano molto più prevedibili di quanto lo sono stati ritenuti.

Esempi di hindsight bias

Più che esempi di hindsight bias vogliamo riportarvi l’esperimento attraverso cui è stato individuato questo curioso errore cognitivo. Erano gli anni ’70 e uno studioso dell’epoca, Fischhoff, decise di dare ad alcune persone una breve storia con quattro possibili risultati, ma sottolineando in anticipo che uno di questi era vero.

Chiese subito dopo di assegnare una probabilità per ogni risultato e scoprì che le persone tendono a dare maggiore probabilità di accadimento a qualunque risultato, a patto che gli venga detto che ci sia qualcosa di vero.

In poche parole, dopo che un fatto è successo ci convinciamo che avremmo potuto prevederlo, o diventiamo certi che conoscevamo i risultati già da prima che si verificassero.

Ciò vuol dire che la nostra mente, senza che noi ce ne rendiamo conto, modifica la nostra memoria a tal punto da farci convincere che sapevamo cosa sarebbe accaduto: la conoscenza che abbiamo oggi genera in noi un falso ricordo sul passato.

Cosa fa scattare questo particolare bias

Secondo gli studiosi Roese e Vohs, esistono tre variabili che interagiscono tra loro e che vanno a creare l’hindsight bias:

  • cognizione o distorsione della memoria: la tendenza è quella di distorcere le previsioni che avevamo fatto su un determinato evento perché è più semplice ricordare informazioni coerenti con le conoscenze attuali;
  • metacognizione o inevitabilità: una volta che abbiamo capito come e perché è accaduto un determinato evento, ci risulta più facile credere di averlo previsto perché lo percepiamo come inevitabile;
  • motivazione o prevedibilità: nessuno di noi può negare che, soprattutto in certe fasi della vita, è rassicurante pensare al mondo come ad un luogo prevedibile.

Un altro studio condotto presso l’Università del Texas ha dimostrato che l’hindsight bias è più comune quando l’esito di un evento è negativo piuttosto che positivo. Tra le altre cose, più gravi sono i risultati negativi, più intenso è il pregiudizio.

È pericoloso l’hindsight bias?

Come tantissimi altri bias cognitivi, anche l’hindsight bias è spesso innocuo e privo di particolari conseguenze. Ciò non toglie che quando scatta rischia di modificare i ricordi su ciò che sapevamo o credevamo prima che si verificasse un evento con un determinato esito.

Questa situazione può rivelarsi sia positiva che negativa.

Nel primo caso, quindi quando le conseguenze sono positive, l’hindsight bias può portarci ad avere una maggiore fiducia nelle nostre prestazioni e nella capacità di prevedere i risultati di eventi futuri, aiutandoci ad affrontare con un più profondo grado di sicurezza le situazioni che non appaiono rosa e fiori.

Nelle situazioni negative, quindi quando questa fiducia è eccessiva e infondata, rischiamo di prendere decisioni affrettate perché questo particolare bais intacca il nostro pensiero razionale. Il risultato, quindi, potrebbe essere quello di ritrovarci esposti a un pessimismo quasi cosmico o a un ottimismo non salutare.

Ma non è finita qui, perché l’hindsight il bias potrebbe impedirci di migliorare e crescere perché non ci mette nella condizione di imparare dagli errori.

Del resto, se siamo convinti di sapere tutto già ben prima che accadano i fatti, le probabilità di riuscire ad analizzare i nostri errori e mutare i nostri comportamenti sulla base di questi calano drammaticamente.

Non è da escludere, inoltre, che una certezza come questa possa generare senso di colpa, e quindi portarci a recriminare cosa è accaduto in passato. Infine, questo pregiudizio cognitivo potrebbe spingerci a giudicare male le persone.

Cosa fare per evitare l’hindsight bias

La prima cosa da fare per evitare l’hindsight bias è essere consapevoli della sua esistenza e in quale situazioni potrebbe attivarsi. La conoscenza di noi stessi e il sapere che questi errori di giudizio esistono, infatti, è essenziale per non cadere nella trappola di qualsiasi bias cognitivo.

La verità, però, è che è molto complesso non far scattare l’hindsight bias perché in qualche maniera abbiamo tutti bisogno di guardare e valutare il nostro passato. Nonostante questo, potremmo cercare di guardare l’esito di un evento da più punti di vista, e provare a ricordare tutte le probabilità e i possibili risultati presi in considerazione in quel momento del passato.

Vanno anche ricercate nella nostra memoria le precise informazioni che avevamo prima dell’accaduto di un determinato evento.

Dobbiamo trovare il tempo per riflettere, perché solo scavando nei nostri ricordi l’hindsight bias si riduce e forse ci permette di ricostruire la verità sul passato o sull’esito di un determinato evento.

Se non si riesce da soli in questo processo – che ricordiamo è estremamente complicato e che non è detto che porti ai giusti risultati – si può chiedere una consulenza psicologica. I professionisti della salute mentale, infatti, possiedono tutti gli strumenti utili per insegnarci a gestire l’insorgenza dell’hindsight bias.

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Fonti

  • Fischhoff, B. (1975) Hindsight is not equal to foresight: The effect of outcome knowledge on judgment under uncertainty. Journal of Experimental Psychology: Human Perception and Performance; 1(3): 288–299.
  • Roese N.J. &Vohs K.D (2012), Hindsight bias. Perspect Psychol Sci.;7(5):411-426. doi:10.1177/1745691612454303.
  • Schkade, D.; Kilbourne, L. (1991) Expectation-Outcome Consistency and Hindsight Bias. Organizational Behavior and Human Decision Processes; 49: 105–123.

Apofenia: quando la nostra mente associa eventi scollegati tra loro

L’apofenia ci porta a trovare un collegamento, e quindi un significato, anche quando due eventi non c’entrano nulla l’uno con l’altro

La nostra mente è un meraviglioso mondo complesso e che spesso ci fa mettere in atto comportamenti dei quali nemmeno ce ne rendiamo conto. Ci sono circostanze, tra le altre cose, in cui ci fa associare due eventi che in realtà non sono affatto collegati tra loro. Una tendenza del tutto naturale, ma che in alcune situazioni può rivelarsi il sintomo di una psicopatologia. Il fenomeno in questione si chiama apofenia.

In questo articolo scopriremo insieme di cosa di stratta, quali sono le conseguenze e come evitare di cadere nella sua trappola.

Cos’è l’apofenia

Il primo studioso a parlare di apofenia fu lo psichiatra tedesco Klaus Conrad che, nel 1958, descrisse questo fenomene come “osservazione immotivata di connessioni [tra fenomeni accompagnata] da una precisa sensazione di anormale significatività”.

Per lui, quindi, l’apofenia era strettamente collegata a una forma patologica, mentre in studi successivi viene descritta anche indipendentemente dalle condizioni psichiatriche.

Spiegata in termini semplici, l’apofenia è un pregiudizio della nostra mente che ci porta a vedere uno schema o una connessione tra vari oggetti o eventi che però, nella realtà dei fatti, non sono per niente collegati tra loro.

Capita a tutti, nessuno di noi è esente da episodi di apofenia, ma come vi abbiamo accennato sopra ci sono alcuni condizioni in cui è necessario approfondire, soprattutto in quei casi in cui questo pregiudizio è l’unico con cui riusciamo ad osservare il mondo intorno a noi.

Esempi di apofenia

Per capire ancora meglio che cos’è l’apofenia abbiamo deciso di riportare alcuni esempi in cui, molto probabilmente, vi riscontrerete anche voi.

Uno dei più classici episodi è quando stiamo andando a fare qualcosa di estremamente importante come può essere, per esempio, un esame universitario. Ecco, camminando per la strada ci può capitare di incontrare diverse persone che ci sorridono e, secondo il nostro cervello, quello è un segno che andrà tutto bene.

Al contrario, può succedere di vedere spesso la stessa ora sull’orologio (per esempio, 22:22) e interpretiamo questa situazione come qualcosa di cui preoccuparci.

Il fenomeno dell’apofenia può verificarsi anche quando pensiamo a qualcuno che non vediamo da tanto tempo e, quasi come per magia, in quell’esatto momento squilla il telefono e la chiamata in arrivo è la sua. Quando questo accade, la nostra mente arriva a pensare di aver scatenato il contatto con i pensieri.

Il prossimo esempio è davvero capitato a tutti i cuori spezzati: ci siamo appena lasciati con il nostro partner, eppure continuiamo a sentire il suo nome e la sua canzone preferita ovunque. Il problema è che lo interpretiamo come un segno che gli manchiamo e che quindi dovremmo tornare insieme a lui.

Perché accade

Come abbiamo visto, siamo tutti soggetti ad apofenia e nella maggior parte delle circostanze non c’è assolutamente da preoccuparsi. Tuttavia, gli studiosi hanno cercato di capire perché accade questo fenomeno, e secondo loro le spiegazioni sono da trovare nel fatto che, come si può leggere su un articolo pubblicato su Scientific American, il nostro cervello funziona seguendo degli schemi a cui deve trovare un significato.

Ma non solo, stando a uno studio del neurologo svizzero Peter Brugger, gli esseri umani possiedono una tendenza che li spinge a trovare ordine in tutto, anche nelle situazioni casuali. In più, secondo lui l’apofenia ha un forte legame con la creatività.

Poi ancora uno studio pubblicato sul Journal of Cognitive Neuroscience dimostrerebbe che alti livelli di dopamina determinano una maggiore comparsa di questo particolare fenomeno.

Gli aspetti negativi dell’apofenia

Abbiamo capito che l’apofenia è quell’atteggiamento di chi è convinto di una certa idea e che trova conferme dappertutto, anche se il resto del mondo non vende collegamenti tra le cose.

In sostanza, alla base sembrerebbe esserci una sorta di pensiero magico, tanto da essere promossa anche da certe correnti religiose e movimenti spirituali.

Non è un disturbo mentale, ma un meccanismo che scatta nel nostro cervello in risposta a un bisogno di sicurezza. Non a caso è molto più probabile che si attivi nelle persone insicure.

Purtroppo però non è finita qui: come riporta un articolo pubblicato su Psychiatry Research, se questo fenomeno di percepire eventi indipendenti come connessi tra loro compare con molta frequenza, e se questo è l’unico modo che abbiamo di vedere il mondo, probabilmente siamo di fronte a una psicosi: l’apofenia è parte dei sintomi della schizofrenia.

Un caso particolare di apofenia: la pareidolia

La pareidolia è un caso molto particolare di apofenia che si verifica quando troviamo forme riconoscibili in uno stimolo visivo vago o casuale. Anche per questo fenomeno facciamo un esempio in modo di comprendere meglio di cosa stiamo parlando: quando vediamo figure di animali tra le nuvole.

Come è possibile intuire, sia l’una che l’altra sono delle esperienze che ci portano a dare significati a oggetti o eventi che in realtà non ne hanno. Per questo motivo, non è mai opportuno sottovalutarli perché il rischio che si corre è quello di trovare un ordine, un simbolismo o un significato di cui convincerci e sul quale plasmare i nostri comportamenti, che in realtà non hanno.

Come superare l’apofenia

Nella maggior parte delle situazioni il fenomeno dell’apofenia non deve assolutamente preoccuparci perché non è pericoloso. Ciò non toglie che dobbiamo tenere in considerazione che ci può portare a prendere delle decisioni sbagliate e che se accade con una certa frequenza e intensità ci può persino disconnette dalla realtà.

In questo senso, quindi, occorre intervenire analizzando per bene i fatti, le prove e le osservazioni in modo da formulare un giudizio che non sia frutto di un fenomeno come questo.

Inoltre, bisogna anche evitare il consumo di droghe e sostanze che predispongono all’apofenia. Infine, ricordatevi che a vostra disposizione c’è sempre il valido aiuto di un professionista della salute mentale.

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Fonti

  • Klaus Conrad, 1958, Die beginnende Schizophrenie. Versuch einer Gestaltanalyse des Wahns. Stuttgart: Thieme.
  • Shermer, M. (2008). Patternicity: Finding meaningful patterns in meaningless noise. Scientific American, 299(5), 48.
  • Brugger, P. (2001). From haunted brain to haunted science: A cognitive neuroscience view of paranormal and pseudoscientific thought. Hauntings and poltergeists: Multidisciplinary perspectives, ed. J. Houran & R. Lange, 195-213.
  • Krummenacher, P., Mohr, C., Haker, H., & Brugger, P. (2010). Dopamine, paranormal belief, and the detection of meaningful stimuli. Journal of cognitive neuroscience, 22(8), 1670–1681.
  • Rominger, C., Schulter, G., Fink, A., Weiss, E. M., & Papousek, I. (2018). Meaning in meaninglessness: the propensity to perceive meaningful patterns in coincident events and randomly arranged stimuli is linked to enhanced attention in early sensory processing. Psychiatry Research.

Bias di ancoraggio: come influenza le nostre decisioni e cosa fare

Tra i vari errori che possono emergere quando prendiamo delle decisioni c’è il bias di ancoraggio: che cosa è e come superarlo

Il mondo dei bias cognitivi, e quindi degli errori decisionali spesso inconsci che facciamo, è vastissimo. In letteratura se ne contano circa 200 e ognuno di essi influisce, più o meno positivamente, sul nostro modo in cui prendiamo le decisioni. Tra questi ce n’è uno particolarmente comune che prende il nome di bias di ancoraggio, un pregiudizio cognitivo che scatta quando ci basiamo troppo su un’unica informazione o valore per decidere qualcosa.

In questo articolo scopriremo insieme che cos’è esattamente, in che modo influenza le nostre scelte – e il conseguente comportamento -, e come evitare gli effetti negativi.

Cos’è il bias di ancoraggio

I primi a parlare di bias di ancoraggio furono gli psicologi Amos Tversky e Daniel Kahneman negli anni Settanta. I due studiosi, infatti, scoprirono che le persone tendono ad ancorarsi a un’unica informazione o valore quando devono prendere delle decisioni. Un comportamento mentale che, in realtà, ci fa compiere delle scelte non sempre consapevoli e che potrebbero essere frutto di un processo decisionale distorto.

Parliamo perciò di un fenomeno psicologico che, come si può leggere su un articolo pubblicato su The Decision Lab, influenza le nostre decisioni in diversi contesti. Spesso non ce ne rendiamo nemmeno conto, perché si verifica quando usiamo come punto di riferimento un’informazione iniziale, sulla quale poi esprimiamo i nostri giudizi.

Detta così non sembrerebbe nulla di cui preoccuparsi, ma l’emergere di questo ancoraggio condiziona tutte le nostre decisioni, perché in quanto esseri umani tendiamo a rimanere vicini alla prima informazione non esplorando tutte le altre che abbiamo a disposizione.

Secondo i ricercatori, il bias di ancoraggio è il risultato dalla limitata capacità di elaborazione del nostro cervello che è costretto a mettere in atto delle scorciatoie mentali che a volte possono portare a degli errori, ovvero ai bias cognitivi.

Esempi di bias di ancoraggio

Per comprendere più a fondo che cos’è un bias di ancoraggio passiamo in rassegna alcuni esempi. Immaginiamo che qualcuno ci chieda di stimare la popolazione di una città.

Nella maggior parte dei casi succederà che, quando ci viene fornita una stima iniziale elevata, tenderemo ad aggiustare le nostre stime successive di conseguenza.

Il risultato, quindi, sarà avere risposte medie piuttosto alte. Se invece l’ancora di partenza (e quindi la stima iniziale) sarà bassa, le nostre valutazioni saranno quasi sicuramente inferiori rispetto a quelle con cifra alta.

Un altro esempio di bias di ancoraggio è relativo al marketing: supponiamo che una persona metta in vendita un’auto usata a 20.000 euro che però è un costo superiore rispetto all’effettivo valore dell’automobile.

In noi potrebbe scattare il bias e, rimanendo ancorati al prezzo iniziale, cominceremmo a negoziare intorno a quella cifra rischiando di pagare più del dovuto, considerando che il prezzo di partenza era già elevato.

L’impatto nella vita di tutti i giorni

Il bias di ancoraggio, quando e se si attiva, non è sempre negativo. Ci sono delle situazioni, infatti, in cui queste strategie del cervello per risparmiare energie si rivelano ottimali. Tuttavia, non è detto che sia così in ogni situazione.

Nella vita di tutti i giorni il bias di ancoraggio ci può portare a sottovalutare il tempo necessario per completare un compito perché ci siamo ancorati alla stima iniziale. Il rischio, quindi, è quello di non essere in grado di rispettare le scadenze e, in ambito lavorativo, non è di certo piacevole.

Allo stesso modo, possiamo arrivare a prendere decisioni che nella realtà dei fatti non riflettono i nostri veri bisogni o desideri.

In sostanza, il bias di ancoraggio può avere un impatto su moltissime aree della nostra vita. Per questo motivo, è necessario imparare a riconoscere quando ci stiamo basando troppo su un ancoraggio: in questo modo potremo fare scelte più razionali e informate.

I risvolti psicologici del bias di ancoraggio

È praticamente inevitabile, quindi, che il bias di ancoraggio non influisca anche sul nostro benessere psicologico. Questo pregiudizio cognitivo, infatti, ha il potere di influenzare il modo in cui prendiamo le decisioni perché queste ultime si basano in modo eccessivo sulla prima informazione ricevuta.

I rischi che si corrono, quindi, sono di emettere giudizi poco affidabili e fare scelte irrazionali perché non ci concediamo nemmeno il privilegio di riflettere sulle altre opzioni possibili. Da decisioni come queste possono emergere ansia, frustrazione e insoddisfazione generale.

Come superare questo bias

Per superare il bias di ancoraggio è fondamentale essere consapevoli dell’esistenza dei pregiudizi cognitivi e del come ci indirizzano a prendere decisioni che possono rivelarsi sbagliate. Una volta compreso tutto ciò, possiamo diventare in grado di attuare strategie comportamentali che ci difendano dalla sua trappola.

Tuttavia, alcuni comportamenti sono così radicati in noi che molto spesso diventa complesso fare tutto da soli. Per questo motivo, un’alternativa valida e fondamentale è quella di rivolgersi a un esperto della salute mentale in grado di conosce e riconosce tutti i bias cognitivi. Sarà poi lui stesso ad aiutarci con le varie strategie da poter applicare per fare scelte razionali, consapevoli e che si potrebbero anche rivelare vantaggiose nel lungo termine.

Le strategie contro il bias di ancoraggio

Alcune strategie contro il bias di ancoraggio che possiamo provare ad attuare in autonomia sono:

  • provare a considerare tutte le opzioni che esistono prima di prendere una decisione. Questo lo si può fare mettendo da parte il punto di riferimento iniziale, e quindi essendo consapevoli che si potrebbe attivare il bias di ancoraggio;
  • prendere tutto il tempo che ci serve per fare una scelta. Dobbiamo perciò cercare di non prendere decisioni affrettate solo perché c’è un punto di riferimento iniziale che riteniamo unico e corretto;
  • chiedere consigli e opinioni ad altri perché non sempre il nostro giudizio è frutto di un processo mentale privo di errori. Sentendo anche altre campane, quindi, potremmo considerare come primarie cose che ritenevamo secondarie anche se non lo erano;
  • considerare le implicazioni a lungo termine che possono avere le nostre decisioni;
  • non dimenticarsi mai delle proprie esigenze e desideri perché alle volte il punto di riferimento iniziale se ne discosta completamente;
  • affidarsi agli strumenti di esperti della salute mentale.

La psicoterapia online di Serenis

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Il primo colloquio è gratuito, poi 55 € a seduta, o 202 € ogni 4 sessioni..

Fonti

  • Tversky, A., & Kahneman, D. (1974). Judgment under Uncertainty: Heuristics and Biases: Biases in judgments reveal some heuristics of thinking under uncertainty. science, 185(4157), 1124-1131.
  • The Decision Lab, Why do we compare everything to the first piece of information we received?

Bias del pavone: uno dei “mali” dei tempi moderni

Il bias del pavone è uno dei “mali” dei nostri tempi: in cosa consiste e cosa bisogna fare per evitare di essere vittime di questo errore

Ognuno di noi può attivare, spesso inconsapevolmente, i bias cognitivi. Tuttavia, ce n’è uno che molto più di altri rappresenta un po’ l’epoca in cui stiamo vivendo. Parliamo del bias del pavone, un meccanismo mentale che abbiamo messo in atto praticamente tutti e non solo una volta nella vita, complice anche l’uso dei social network che per un processo come questo sono un terreno particolarmente fertile.

Cos’è il bias del pavone

Il bias del pavone è quel processo mentale che ci spinge a condividere maggiormente i nostri successi rispetto ai nostri fallimenti.

Chiamato anche self-enhancing transmission bias, ci fa mostrare solo gli aspetti positivi della nostra vita e, contemporaneamente, nascondere il più possibile quelli negativi perché li percepiamo come qualcosa che può screditare la nostra persona

Quasi tutti un po’ lo facciamo, e in molte circostanze non c’è assolutamente niente di male. In alcune persone, invece, questo comportamento è molto più acuto, tanto che si arriva persino ad alterare la realtà o a mentire.

Tutti postiamo la nostra foto più bella ed è anche giusto, il problema insorge in quelle persone che non possono fare a meno di nascondere ciò che non ritengono perfetto sulla base dei canoni della società. È una specie di ossessione di dover apparire sempre al top, super motivati e belli anche quando nei fatti non è così.

Perché scatta questo comportamento

A spiegarci perché, chi in misura minore e chi maggiore, mettiamo più o meno tutti in atto questo comportamento è una lunga ricerca svolta dalla Stanford University per mano dei dottori Han e Hirshleifer. Lo studio è incentrato sul mondo degli investimenti, ma può essere facilmente applicato alla vita quotidiana.

Dalla ricerca emerge che le persone tendono a condividere solo le transazioni andate a buon fine dimenticandosi degli errori e dei fallimenti. Gran parte della colpa è da ritrovare nel contesto in cui viviamo che in qualche maniera ci spinge, senza che ce ne rendiamo conto, a condividere la miglior versione di noi stessi perché pensiamo di non essere interessanti agli occhi degli altri se non lo facciamo.

Dall’altra, però, questa è una tendenza comportamentale che in realtà è sinonimo di forti insicurezze.

Bias del pavone, perché è stato scelto proprio questo animale

Il bias del pavone non è stato chiamato così a caso. Il motivo per cui è così soprannominato è che questo elegante animale simboleggia la vanità per via del suo modo di sbandierare il piumaggio durante il corteggiamento.

Ma non solo, perché il pavone maschio è anche associato all’inganno perché, durante l’accoppiamento, può persino fingere dei versi che fanno credere agli altri maschi che lui sia più esperto.

Chi sono le persone più colpite dal bias del pavone

Come vi abbiamo accennato sopra, capita a tutti di cadere nella “trappola” del bias del pavone e, come tutti i bias cognitivi, a volte possono essere anche una cosa positivi. In molte circostanze, infatti, i bias sono delle semplici strategie del nostro cervello che puntano a risparmiare energia e a semplificare la realtà.

In altre, purtroppo, si trasformano in vere e proprie distorsioni cognitive, che si traducono poi in pregiudizi astratti e inefficaci e che vanno ad agire in maniera negativa sul nostro benessere psicologico.

Il bias del pavone, in particolare, colpisce soprattutto le persone più insicure e facilmente influenzabili. Il motivo è spesso legato alla loro bassa autostima, al senso di inadeguatezza che percepiscono e alle preoccupazioni fisiche e/o psicologiche che possiedono.

I bias cognitivi più diffusi

Ad essere particolarmente diffuso non è solo il bias del pavone, perché nel corso degli studi psicologici sono stati contati all’incirca 200 bias cognitivi. Ne abbiamo selezionati alcuni:

  • bias di conferma: non prendere decisioni sulla base di dati reali ma selezionando solamente le informazioni che confermano le nostre convinzioni o ipotesi;
  • bias di proiezione: quando siamo convinti che la maggior parte delle persone la pensi come noi;
  • bias della negatività: porre un’eccessiva attenzione verso elementi negativi. In questo modo, diamo maggior peso ai nostri errori;
  • bias dello status quo: il cambiamento ci spaventa così tanto che cerchiamo di mantenere le cose come stanno;
  • overconfidence bias: quando abbiamo un’eccessiva fiducia nelle nostre capacità che non è però giustificata da dati reali.

Come difendersi dal bias del pavone

Come abbiamo spiegato sopra, a tutti noi piace un po’ pavoneggiare e, in molte circostanze, il bias del pavone ha anche aspetti positivi. Ne è un esempio un colloquio di lavoro, dove è molto importante presentare la parte migliore di sé e mettere in secondo piano eventuali fallimenti.

Tuttavia, occorre farlo con criterio e con cautela perché se sentiamo la necessità di mostrarci sempre e comunque al meglio e nascondere, contemporaneamente, ciò che riteniamo meno “vendibile”, forse, siamo di fronte a un problema.

La prima cosa da fare, quindi, è capire che la perfezione non esiste, perché quello che è perfetto per noi potrebbe non esserlo per voi. Bisogna anche limitare l’uso dei social network se l’obiettivo è solo ed esclusivamente quello di pavoneggiare.

In più, dobbiamo ricordarci che il mondo dei social network è soprattutto virtuale, e che nella vita di tutti i giorni è praticamente impossibile che tutto vada sempre al meglio.

Quali sono le conseguenze del bias del pavone

Il bias del pavone rischia di farci entrare in una sorta è di spirale dove reale e virtuale si ricorrono, senza però stare mai al passo l’uno con l’altro. Ciò vuol dire che questa condizione potrebbe generare in noi sensazioni di ansia e frustrazione, soprattutto quando dobbiamo affrontare le persone dal vivo e senza i filtri dei social network.

In sostanza, a lungo andare il bias del pavone potrebbe spingerci a diventare incapaci di relazionarci dal vivo e a vivere una vita serena. Senza dimenticare che potrebbe trasformarsi persino in una vera ossessione verso il proprio modo di apparire, e quindi in una patologia psicologica. Se vi siete riscontrati in queste parole, sia nell’uso dei social network che nella vita di tutti i giorni, la miglior cosa che potete fare è quella di affidarvi all’aiuto di un professionista della salute mentale.

Fonte

  • Han, B., & Hirshleifer, D. A. (2015). Self-enhancing transmission bias and active investing. Available at SSRN 2032697.

Overconfidence bias: quando la troppa fiducia in se stessi è deleteria

L’overconfidence bias è un inconscio errore di valutazione che può capitare a tutti, ma dalle conseguenze che possono essere non piacevoli

Se da un lato non possedere autostima è uno dei più grandi ostacoli per la nostra serenità e il nostro sviluppo personale, averla troppa è altrettanto deleterio. Pensiamo, per esempio, a un’interrogazione a scuola.

Sicuramente a tutti ci è capitato di pensare: “Ah, se quella domanda l’avesse fatta a me avrei risposto meglio del mio compagno”, e poi ritrovarci a fallire la risposta una volta alla cattedra.

Ecco, quando questo succede scatta il fenomeno dell’overconfidence bias, un processo spesso inconscio che ci porta a sovrastimare le nostre conoscenze, competenze e abilità in una determinata area.

In questo articolo scopriremo insieme di cosa si tratta esattamente, quali sono le possibili conseguenze e cosa fare per evitare di ritrovarci in situazioni spiacevoli.

Cos’è l’overconfidence bias

Già negli anni ’60 si era cominciato a parlare dell’overconfidence bias, ma i primi ad approfondire per davvero la questione furono Baruch Fishhoff, Paul Slovic e Sarah Lichtenstein nel 1977. In sostanza, è un eccesso di fiducia in noi stessi, e quindi un errore di valutazione tra i più più comuni perché può capitare davvero a tutti.

Una persona overconfident, quindi, crede di essere più abile e sapere di più di quanto in realtà è capace e conosce. Un fenomeno che può emergere in qualsiasi contesto, ma che in alcuni casi può portare a risultati persino drammatici.

Come si manifesta l’overconfidence bias

L’overconfidence bias ci porta ad avere un’eccessiva sicurezza in noi stessi e una maggiore fiducia nelle nostre capacità rispetto a quelle che sono effettivamente le nostre abilità. Nella maggior parte dei casi questo bias cognitivo si presenta in tre modi:

  • sopravvalutazione delle proprie prestazioni;
  • convinzione di essere superiori agli altri in termini di abilità e risultati che si possono raggiungere;
  • eccessiva sicurezza nelle proprie convinzioni.

Una condizione che non ci fa avere una reale consapevolezza delle nostro abilità. Il risultato, nei casi meno gravi, è avere aspettative irrealistiche che vanno a influire sulle nostre decisioni. Sono degli errori di giudizio che, oltre ad allontanarci dalle relazioni sane con gli altri, in alcuni contesti, come per esempio le situazioni lavorative pericolose, possono essere anche molto gravi.

Uno studio di Rimondi e Christopher, per esempio, ha dimostrato che un overconfidence bias era scattato nel disastro di Chernobyl. Ma altrettante indagini spiegano che anche altre tragedie avvenute nel corso degli anni (e piuttosto recentemente) sono da collegare anche errori di valutazione delle proprie capacità:

  • naufragio del Titanic; 1912;
  • disastro dello Space Shuttle Challenger, 1986;
  • disastro dello Space Shuttle Columbia, 2003;
  • esplosione piattaforma petrolifera Deepwater Horizon, 2010;
  • implosione del sommergibile Titan, 2023.

In sostanza, quindi, ci sono situazioni in cui – come l’interrogazione a scuola – l’overconfidence bias non produce grandi danni, mentre in altre circostanze l’eccessiva confidenza in noi stessi crea un autogol importante e, peggio ancora, può essere alla base di terribili disastri.

I differenti tipi di overconfidence bias

Esistono diversi tipi di overconfidence bias e nei quali tutti, nessuno escluso, possiamo incappare nella vita di tutti i giorni. Tuttavia, in letteratura vengono distinti in tre macrocategorie differenti con origini psicologiche diverse e che, soprattutto, si possono verificare in condizioni che non sono sempre le stesse: overestimation, overplacement, overprecision.

Overestimation

Con overestimation si intende il sovrastimare le proprie capacità e prestazioni, quindi il credere di avere più abilità di quante in verità ne possediamo e pensare di fare meglio di quanto in realtà possiamo. Ad esempio, i medici potrebbero sovrastimare l’accuratezza delle loro diagnosi, mentre i dipendenti di un’azienda potrebbero sovrastimare la velocità con cui possono portare a termine un compito.

Overplacement

L’overplacement è un tipo di overconfidence bias che si verifica quando le persone si valutano migliori della media, anche se è statisticamente impossibile per la maggior parte delle persone avere capacità superiori alla media.

Overprecison

L’overprecision non è altro che l’eccessiva precisione e la falsa convinzione che sappiamo di più di quanto in realtà conosciamo. Quando questo accade manifestiamo un’eccessiva certezza riguardo all’accuratezza delle nostre convinzioni. Una sicurezza che in alcune circostanze esprimiamo utilizzando numeri, solitamente con percentuali o intervalli di confidenza, per niente realistici.

Come superare l’overconfidece bias

Questo pregiudizio che abbiamo di eccessiva sicurezza si manifesta a livello inconscio. Ciò vuol dire che noi non ce ne rendiamo nemmeno conto. Per questo motivo, è difficile da eliminare completamente sopratutto se non ci si affida a un supporto psicologico. Tuttavia, ci sono delle cose che possiamo provare a fare per tentare di tenerlo sotto controllo.

  • Pensare a ritroso sulle proprie decisioni: se una scelta che facciamo ci porta a un risultato negativo, è opportuno pensare a ritroso per cercare di scovare le possibili ragioni per cui ciò potrebbe essersi verificato. Questo atteggiamento ci permette di anticipare i rischi ed essere meglio preparati agli esiti negativi;
  • Chiedere un feedback: ascoltare il parere degli altri, siano essi familiari o colleghi, può aiutarci a identificare le aree in cui potremmo aver bisogno di migliorarci. Facendo una semplice azione come questa, avremo meno probabilità di cadere nel pregiudizio scatenato dall’overconfidence bias;
  • Imparare dagli errori: è sbagliato avere paura degli errori, perché quello che in realtà dovremmo fare è pensare a cosa avremmo potuto evitare o in quali aree avremmo potuto fare meglio. Facendo in questa maniera, nel futuro prenderemo decisioni più consapevoli e saremo anche ottimisti quanto basta, e non più di quanto dovrebbe.

L’importanza del supporto psicologico

L’overconfidence bias non è una malattia, ma è chiaro che può complicare le nostre relazioni con il prossimo e anche la nostra carriera lavorativa.

Ci sono situazioni in cui, invece, può essere sintomo anche di una grave dipendenza come, per esempio, quella dal gioco d’azzardo: una serie di partite che hanno portato ad ottimi risultati possono farci credere di poter rischiare sempre di più e con cifre sempre più elevate. Ma il gioco segue regole e non di certo le nostre opinioni.

Per vivere con serenità è essenziale un equilibrio tra fiducia nelle proprie competenze e consapevolezza dei propri limiti. E l’aiuto di un professionista della salute mentale può davvero darci una mano a trovare il perfetto punto di incontro.

La psicoterapia online di Serenis

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Il servizio è completamente online, con centinaia di psicoterapeuti e psicoterapeute (cioè hanno la specializzazione) con in media circa 10 anni di esperienza.

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Fonti

  • Fischhoff, B., Slovic, P., & Lichtenstein, S. (1977). Knowing with certainty: The appropriateness of extreme confidence. Journal of Experimental Psychology: Human Perception and Performance, 3(4), 552–564. https://doi.org/10.1037/0096-1523.3.4.552.
  • Rimondi, Christopher (2019-08-06). Chernobyl, Anatoly Dyatlov and Engineering Arrogance. Medium. Retrieved 2021-03-08.

Il bias dello status quo, quando non lasciamo mai la strada vecchia per quella nuova

Il bias dello status quo è un pregiudizio che non ci consente di cambiare e stare bene: in cosa consiste e come superarlo

C’è un vecchio proverbio che dice: “Mai lasciare la strada vecchia per quella nuova”.

Per quanto giusto ci possa sembrare e per quanto in alcune circostanze si riveli azzeccato, i proverbi non sono regole che vanno seguite alla perfezione. In molte situazioni possono andare bene, sono detti popolari che hanno ragione.

In altre, invece, dovremmo dimenticarli e rischiare un po’ di più.

Quando questo non avviene, in noi si attiva il bias dello status quo, una distorsione cognitiva che ora scopriremo insieme.

Cos’è il bias dello status quo

Il bias dello status quo è un pregiudizio, la maggior parte delle volte inconscio, che ci rende quasi impossibile abbandonare il nostro stato attuale (quindi lo status quo) per tentare qualcosa di nuovo.

Una situazione che può capitare a tutti e persino in qualsiasi contesto della propria vita. Non è una malattia, quindi, ma un comportamento che può lasciarci bloccati in situazioni che vanno a indebolire il nostro benessere psicologico e, talvolta, anche con conseguenze poco piacevoli.

Questo avviene perché il bias dello status quo ci fa preferire la nostra situazione attuale perché tale condizione per noi diventa un punto di riferimento, e di conseguenza qualsiasi modifica viene percepita come una perdita o una minaccia, anche se può essere positiva.

Da cosa viene influenzato il bias dello status quo

Daniel Kahneman, psicologo e vincitore del Premio Nobel per l’economia nel 2002, nel suo libro Pensieri lenti e veloci ha spiegato esattamente che cos’è il bias dello status quo e soprattutto da cosa viene inlfuenzato: l’avversione alle perdite e l’effetto dotazione.

L’avversione alle perdite

L’avversione alle perdite si spiega con il fatto che a livello emotivo e psicologico ci impattano molto più le perdite che i guadagni. Ciò vuol dire che soffriamo maggiormente se perdiamo 50 euro rispetto a un’eventuale vincita, e che quindi diamo molto più valore alle perdite che ai guadagni.

Una condizione che inizialmente ci potrebbe sembrare normale, conservativa, a tutela della nostra persona. Ma la verità è un’altra: in molte circostanze l’avversione alle perdite ci lega a situazioni non ottimali, impedendoci contemporaneamente di sfruttare nuove opportunità.

Effetto dotazione

L’effetto dotazione è quel pregiudizio mentale che ci mette nella condizione di dare più valore alle cose che possediamo rispetto a quello che realmente hanno.

Diversi studi hanno infatti dimostrato che le persone tendono a pagare cifre più alte per continuare a tenere quello che già è loro rispetto a quanto spenderebbero per qualcosa di nuovo, mai utilizzato e in alcune circostanze nemmeno mai visto.

Esempi di bias dello status quo

Al giorno d’oggi il bias dello status quo può attivarsi in tantissimi ambiti diversi e in più momenti della giornata. Pensiamo, per esempio, a quando andiamo al supermercato: il più delle volte scegliamo sempre la stessa marca, quella che conosciamo bene e che usiamo più spesso. Difficilmente la cambiamo, e quando le facciamo è solo a seguito di qualche sforzo che ci convince ad uscire dalla routine.

Un altro esempio è l’assicurazione auto, e a supporto di quanto appena detto c’è anche un esperimento condotto (senza che se ne rendessero conto) dagli stati del New Jersey e della Pennsylvania.

In sostanza entrambi offrivano ai loro cittadini la possibilità di scegliere tra due tipi di assicurazione auto:

  • una più economica che prevedeva solo diritto di citare in giudizio;
  • una più costosa che non fissava limiti ai possibili incidenti.

Gli abitanti del New Jersey avevano di base l’assicurazione standard, mentre quelli della Pennsylvania la più completa, e quindi più costosa. Il risultato? In entrambe le località il 75% delle persone ha scelto di mantenere l’assicurazione che gli era stata già assegnata, senza esplorare le altre opzioni.

Un comportamento altamente influenzato dal bais dello status quo, ma in cui emergono anche l’avversione alle perdite e l’effetto dotazione.

In Pennsylvania, che di base aveva l’assicurazione più cara, l’avversione alla perdite ha spinto le persone a mantenere il e privilegio di una copertura totale.

In New Jersey, invece, l’effetto dotazione ha fatto sì che le persone non cambiassero la prima scelta fatta, quindi quella che prevedeva una minore copertura e anche un prezzo più economico.

Con questi esempi possiamo quindi concludere che l’opzione da cui partiamo influenza le nostre decisioni, anche se siamo consapevoli che possiamo cambiare e, probabilmente, migliorare.

Perché lo facciamo

Come vi abbiamo accennato sopra, il bias dello status quo non è una malattia, ma un pregiudizio cognitivo, una strategia che il nostro cervello mette in atto per risparmiare energie.

Nella vita di tutti i giorni, infatti, siamo costantemente immersi dalle informazioni e il nostro cervello, pur essendo una macchina eccezionale, non può analizzare tutte alla perfezione. Per questo motivo, cerca di risparmiare energie e ci spinge a mantenere la tranquillità della strada vecchia che conosciamo, e che quindi ci risulta certa, senza avvicinarci ad eventuali perdite.

Le conseguenze del bias dello status quo

Non sempre lo status quo bias ha effetti negativi, ma ci sono circostanze in cui ci ancora in situazioni che non ci fanno bene. Ne sono degli esempi le relazioni tossiche da cui non riusciamo a distaccarci. Ma non solo, perché uno studio di alcuni neuroscienziati dello University College di Londra ha dimostrato che in molte situazioni questa scorciatoia mentale non è la soluzione migliore, in quanto ci porta a commettere più errori quando dobbiamo prendere delle decisioni.

Credere che ciò che conosciamo sia sempre meglio di tutto il resto è un errore che ci limita parecchio. Il motivo? Nn ci consente di cambiare. Tutto muta nella vita, i nostri bisogni, le ambizioni, le aspettative, l’età e così via, e per questo non ha senso aggrapparsi allo status quo, e perciò alla nostra situazione attuale.

Negare il cambiamento perché lo temiamo può farci rimanere ancorati a dei comportamenti che in realtà non sono positivi per il nostro benessere psicologico. Per questo motivo, è molto importante riflettere e rivalutare le nostre decisioni e convinzioni, perché quello che abbiamo scelto tempo fa potrebbe essere completamente sbagliato nelle circostanze di oggi.

Per stare bene è essenziale trovare un equilibrio tra la sicurezza dello status quo e le diverse possibilità di cambiamento. Se non ci si riesce da soli, la miglior soluzione è cercare l’aiuto di un professionista della salute mentale.

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Fonti

  • Kahneman, Pensieri lenti e veloci, 2011.
  • Hershey, J. et. Al. (1990) What Is the Right to Sue Worth? Wharton School, Universidad de Pensilvania.
  • Eidelman, S. & Crandall, C. S. (2012) Bias in Favor of the Status Quo. Social and Personality Psychology Compass; 6(3): 270-281.

Il bias di conferma: esempi, conseguenze e strategie di gestione

Capita a tutti di cadere nella “trappola” dei bias di conferma: cosa sono, come funzionano e cosa occorre fare per non farlo più

Tutti noi cadiamo nella “trappola” dei bias congitivi, ovvero facciamo degli errori di valutazione che spesso sono inconsci. È una strategia che mette in atto la nostra mente per facilitare il processo decisionale: il cervello così risparmia energie.

Ne esistono tantissimi (sono stati contati più di 200) ma oggi vogliamo concentrarci su uno dei più comuni e che è capitato (e capiterà) ad ognuno di noi: il bias di conferma.

Cos’è il bias di conferma

Se vogliamo riassumere con due parole il significato di bias di conferma possiamo farlo con i termini “pregiudizio cognitivo”. Può capitare un bias di questo tipo, infatti, quando dobbiamo prendere delle decisioni e non lo facciamo con tutta la consapevolezza possibile.

In poche parole, invece di scegliere basandoci su dati reali, andiamo a selezionare tutte quelle informazioni che in qualche maniera confermano le nostre convinzioni o ipotesi, scartando o ignorando tutto ciò che risulta contrario a quello che pensavamo già in partenza.

Sì, lo abbiamo davvero fatto tutti almeno una volta nella vita anche perché, come riporta uno libro sull’argomento di Scott Plous, psicologo e professore universitario americano, il bias di conferma non può essere eliminato ma solo gestito attraverso l’educazione e la formazione al pensiero critico, e quindi nell’analisi dei fatti, delle prove, delle informazioni e così via.

Esempi di bias di conferma

Per capire ancora meglio cos’è un bias di conferma e per comprendere che effettivamente capita tutti, riportiamo alcuni esempi dei più frequenti.

Quando vogliamo informarci sulla situazione attuale nel mondo, può capitare di cercare solo specifiche notizie e interpretarle in un determinato modo.

Perché lo facciamo? Perché siamo più propensi a crederci se le informazioni che leggiamo confermano le opinioni che già avevamo sull’argomento.

Se sosteniamo un particolare candidato politico, tendiamo a credere di più alle notizie che lo dipingono sotto una luce positiva, e al contrario scartiamo o ignoriamo quelle che invece ne parlano male.

Attuiamo bias di conferma anche quando scegliamo amici e partner: molto probabilmente facciamo amicizia con più serenità con le persone che condividono le nostre stesse convinzioni e i nostri stessi valori. Quelle che non lo fanno, invece, spesso le scartiamo a priori. Il problema è che in questo modo non mettiamo mai in discussione i nostri punti di vista.

Ancor più complessi sono i bias di conferma in ambito medico: possono portare un dottore a formulare un’ipotesi di un certo tipo e iniziare a cercare indizi clinici che la confermino, non facendo esami e analisi che potrebbero portare a una diagnosi differente.

Quali sono le cause

Le cause del bias di conferma sono diverse in base agli scopi individuali, ma a livello generale si possono raggruppare in due categorie:

  • economicità cognitiva: nella vita di tutti i giorni ci è praticamente impossibile analizzare con razionalità e logica tutte le informazioni che ci piovono addosso perché richiederebbero un enorme consumo di risorse. Per questo motivo, emerge il bias di conferma che ci permette di elaborare le varie informazioni in modo economico e più rapido;
  • autostima e identità personale: se le informazioni che riceviamo vanno in contrasto con la nostra rappresentazione della realtà, rischiamo di indebolire l’autostima e l’identità personale. Scatta perciò il bias di conferma, che raccoglie e distorce le informazioni fino a renderle perfette per le nostre convinzioni. In questo modo aiutiamo la nostra autostima e saldiamo l’identità personale.

Le conseguenze di questi errori di valutazione

Come si è potuto capire dagli esempi riportati sopra, i bias di conferma alle volte possono portare a conseguenze non di certo piacevoli. Certo, in alcune circostanze sono positivi perché in questo modo il nostro cervello elabora i dati in modo economico e più rapido, ma in altre situazioni gli effetti possono essere negativi.

Pensiamo per esempio agli attacchi di panico: chi ne soffre appena riceve una determinata sensazione fisica potrebbe interpretarla come un danno imminente alla sua salute. Ciò lo poterebbe portare a cercare informazioni che confermano la sua ipotesi, scartando quelle che invece affermano il contrario.

Secondo uno studio scientifico condotto da Ivy-Marie Blackburn e collaboratori, i bias di conferma sono un fattore della depressione perché fanno processare le informazioni in modo imparziale. Altre ricerche, come quella condotta dalla Oxford University, dimostrano invece che anche ansia, fobia e ipocondria coinvolgono i bias di conferma nei confronti di informazioni che riguardano una qualche forma di minaccia.

In poche parole, i bias di conferma possono aiutarci ad essere fiduciosi nelle nostre convinzioni e nei nostri valori perché ci trasmetto un senso di certezza e sicurezza, ma anche ostacolarci in tante attività quotidiane.

Come gestire il bias di conferma

Partendo da tutto ciò che abbiamo spiegato, è abbastanza evidente che il bias di conferma è una naturale tendenza del ragionamento umano. Sapere che esiste, quindi, è un ottimo punto di partenza per iniziare ad un utilizzare le capacità metacognitive, quindi quelle abilità che ci aiutano ad osservare dall’esterno i nostri pensieri e a modificarli (se necessario).

Ciò che possiamo fare quando ci imbattiamo in informazioni che non confermano il nostro pensiero è porci delle domande diverse dal solito su quello stesso argomento. Dobbiamo perciò analizzare le informazioni, valutare l’affidabilità delle fonti che abbiamo e confrontare i diversi dati con le varie ipotesi alternative.

Purtroppo non sempre è possibile, ma è importante essere consapevoli che in quell’esatto momento il bias di conferma può essere attivo.

Il supporto psicologico

Un supporto psicologico può aiutarci a guardare oltre e ad aprirci a qualcosa che non si era ancora considerato. In questo modo allarghiamo le nostre conoscenze e apriamo la porta a delle opportunità che probabilmente già esistevano, ma che per colpa dei bias di conferma abbiamo sempre messo in secondo piano.

Del resto, la psicologia ci aiuta a conoscere come funziona la nostra mente e anche a ragionare in termini metacognitivi, e quindi ad avere una visione più realistica e obiettiva della realtà che ci circonda. Un passo da non prendere sottogamba perché una visione distorta della realtà ci potrebbe impedire di arrivare a un vero stato di benessere psicologico.

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Fonti

  • Scott Plous, The psychology of judgment and decision making, McGraw-Hill, 1993, ISBN 0-07-050477-6, OCLC 26931106.
  • Ivy-Marie Blackburn, Kate M. Davidson, Cognitive therapy for depression & anxiety: a practitioner’s guide, 2ª ed., Wiley-Blackwell, 1995, p. 19, ISBN 978-0-632-03986-9, OCLC 32699443.
  • Allison G. Harvey, Edward Watkins, Warren Mansell, Cognitive behavioural processes across psychological disorders: a transdiagnostic approach to research and treatment, Oxford University Press, 2004, pp. 172–173, 176, ISBN 978-0-19-852888-3, OCLC 602015097.

Cosa sono i bias cognitivi e in che modo influenzano il nostro comportamento

I bias cognitivi sono degli errori di valutazione che vanno a influenzare il nostro comportamento: come evitare di farli

Ogni giorno ci ritroviamo a essere sommersi di informazioni e, tra una cosa e l’altra, siamo spesso costretti a prendere delle decisioni. Fin qui è tutto ok, la questione alle volte si complica perché può capitare che il nostro cervello distorca la realtà. Succede a tutti, soprattutto quando le decisioni le dobbiamo prendere rapidamente.

Il motivo è molto semplice: la nostra mente prova a rendere il lavoro più facile, ma durante il processo fa dei veri e propri errori di valutazione: i cosiddetti bias cognitivi.

In questo articolo cercheremo di capire insieme in che modo possono influenzare il nostro stato emotivo, il nostro pensiero – e quindi il nostro comportamento – e come fare per ridurre l’insorgenza di questo errori.

Cosa sono i bias cognitivi

I primi a parlare di bias cognitivi furono Amos Tversky e Daniel Kahneman negli anni ’70, due psicologi israeliani, che con questa espressione decisero di indicare i “modelli sistematici di risposta delle persone ai problemi di giudizio e di decisione presumibilmente errati”.

Detta in parole più semplici, i bias cognitivi sono delle vere e proprie scorciatoie che il nostro cervello – spesso senza che ce ne accorgiamo – decide di prendere con lo scopo di risparmiare energia per valutare fatti e avvenimenti.

Il più delle volte queste strategie vanno a buon fine, ma quando invece commettiamo degli errori che non ci fanno interpretare la realtà nel giusto modo siamo di fronte ai bias cognitivi.

Quali sono i bias cognitivi più comuni

I bias cognitivi sono tantissimi: se ne contano più di 200 – per averne una visione panoramica è possibile utilizzare il Cognitive Bias Codex che presenta una tassonomia di bias cognitivi e una lista con le modalità di ragionamento.

Elencarli tutti è praticamente impossibile, ma a livello generare possiamo dire che sono stati classificati in tre categorie principali:

  • bias inconsci: vengono attivati ​​senza che ce ne rendiamo conto;
  • bias automatici: ne siamo più o meno a conoscenza, ma nonostante questo non li riconosciamo come tali;
  • bias espliciti: ne siamo assolutamente consapevoli e ne parliamo anche liberamente.

In ognuna di queste categorie ci sono bias cognitivi particolarmente comuni.

Bias di conferma

Il bias di conferma è quel processo mentale attraverso cui selezioniamo le informazioni che confermano le nostre convinzioni e che, al contempo, ignorano o sminuiscono quelle che le contraddicono.

Il rischio che si corre è quindi quello di accettare un’idea non in base alla sua bontà, ma a quanto essa si modella ai nostri pregiudizi.

Bias dello scommettitore

Si tratta dell’errata convinzione secondo cui degli eventi che sono accaduti in passato possano influenzare quelli futuri.

Il bias dello scommettitore è quello che si mette in atto quando siamo convinti che se un evento non si manifesta da molto tempo sicuramente si verificherà a breve, oppure che se è appena accaduto dovrà passare ancora un po’ di tempo prima di vederlo capitare di nuovo.

Bias del punto cieco

Riguarda la convinzione di essere più obiettivi rispetto alla maggior parte della persone. In poche parole, è come se sovrastimassimo le nostre capacità di giudizio.

Tutto ciò ci porta, inevitabilmente, ad avere molta difficolta nell’ammettere di poter sbagliare.

Apofenia

 Ci sono circostanze, tra le altre cose, in cui ci fa associare due eventi che in realtà non sono affatto collegati tra loro. Una tendenza del tutto naturale, ma che in alcune situazioni può rivelarsi il sintomo di una psicopatologia. Il fenomeno in questione si chiama apofenia.

Bias di proiezione

Il bias di proiezione porta le persone a credere che anche gli altri la pensino come loro, o che abbiano le nostre stesse caratteristiche. Una situazione che ci può spingere a vedere negli altri le caratteristiche che vediamo in noi stessi o che abbiamo paura di possedere.

Un bias che può influire sul modo in cui ciascuno di noi percepisce la realtà e interagisce con gli altri.

Bias di ancoraggio

È un errore di valutazione perché non ci permette di mettere in discussione i dati di partenza, e quindi è proprio lì che ancoriamo le nostre valutazioni.

E, come riporta uno studio del 2017, questa modalità di pensiero influisce sul processo decisionale nelle negoziazioni, nelle diagnosi mediche e nelle sentenze giudiziarie.

Bias cognitivi e disturbi psicologici

I bias cognitivi non sono necessariamente un male e, anzi, in alcune circostanze ci servono per sentirci più sicuri nella complessità del mondo in cui viviamo. Ciò non toglie che possano influenzare la nostra capacità di prendere decisioni.

In certe situazioni, inoltre, possono presentare una correlazione con alcuni disturbi psicologici. Ne è un esempio il disturbo ossessivo-compulsivo dove i bias cognitivi confermano e mantengono determinate credenze patogene. Chi è ossessionato dalla contaminazione (misofobia), per esempio, potrebbe interpretare qualsiasi macchia come sangue (bias di conferma).

Ma in generale possiamo dire che i bias cognitivi ci portano a dare vita a un processo di auto-conferma che mette in atto un circolo vizioso difficile da interrompere. La conseguenza di tutto questo potrebbe essere una profonda sofferenza emotiva.

Come evitare i bias cognitivi

Tutti noi cadiamo nella “trappola” dei bias cognitivi e purtroppo alcuni possono influire in maniera negativa sulla nostra capacità di prendere decisioni. Per ridurre la possibilità che questo accada è importante essere consapevoli della loro presenza e di come vanno a influenzare le nostre opinioni.

Per esempio, possiamo iniziare e prendere decisioni basate su dati oggettivi, e non sulle nostre opinioni. È importante anche mettere in dubbio le nostre convinzioni e credenze e farsi delle domande utili allo scopo, così come dovremmo essere curiosi riguardo le informazioni che contraddicono le nostre opinioni.

Ciò vuol dire che prima di prendere decisioni vale la pena considerare le alternative e discutere delle proprie opinioni con altri, in modo da ricevere feedback e confrontarsi con punti di vista che sono diversi dai nostri.

L’aiuto professionale

Una delle maniere più indicate per imparare e gestire i bias cognitivi è quello di avvalersi dell’aiuto degli esperti della salute mentale che ci possono indicare come ricostruire la catena di pensieri che ci porta a provare sofferenza emotiva o a mettere in atto comportamenti che potrebbero rivelarsi disfunzionali.

Grazie a delle sedute di psicologia, infatti, diventiamo più consapevoli del funzionamento della nostra mente e, di conseguenza, impariamo di più su noi stessi.

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Fonti

  • Mata, R. (2012). Cognitive bias. Encyclopedia of human behaviour, 1, 531-5.
  • Isaac Cho, Ryan Wesslen e Alireza Karduni, The Anchoring Effect in Decision-Making with Visual Analytics, in 2017 IEEE Conference on Visual Analytics Science and Technology (VAST), 2017-10, pp. 116–126, DOI:10.1109/VAST.2017.8585665.
  • Kahneman, D. & Frederick, S. (2002). Heuristics and Biases: The Psychology of Intuitive Judgement, Cambridge University Press, 2002