Quando un figlio va via di casa: la sindrome del nido vuoto

Dopo aver dedicato tanti anni a educarlo, vedere un figlio lasciare casa, può farci sentire tristi e demotivati. L’insieme di queste emozioni rientra nella sindrome del nido vuoto, un vero e proprio disagio emotivo che spesso non viene riconosciuto.

Questo passaggio fa parte del ciclo di vita familiare e può essere molto doloroso per un genitore, perché sembra solo ieri di averlo inserito al nido.

Per superare questo momento così delicato occorrono pazienza e comprensione.

La sindrome del nido vuoto è uno dei passaggi più delicati nella vita di ognuno di noi. Scopriamo insieme in cosa consiste e come fare per superarla.

Quando un figlio se ne va

Nove lunghi mesi, il primo vagito, l’allattamento, la prima parola ma anche il primo giorno di scuola, il primo amore, le piccole grandi conquiste quotidiane: essere genitori è davvero una delle avventure più emozionanti della vita.

Assistere alla crescita di un figlio vuol dire cavalcare con gioia ma anche con preoccupazione le montagne russe della vita: ci sono momenti entusiasmanti e indimenticabili ma anche piccole pennellate di malinconia e tristezza.

Una delle più inaspettate ma dolorose viene disegnata dal destino nel momento in cui un figlio se ne va di casa: quel bambino, al quale abbiamo insegnato a camminare e a parlare, ci lascia per proseguire la sua vita e il suo cammino da solo.

Da un punto di vista teorico, lo abbiamo messo in conto sin dal momento del concepimento. È una legge di vita alla quale anche noi abbiamo obbedito: raggiunta l’indipendenza, abbiamo lasciato i nostri genitori pronti a tuffarci nell’avventura della nostra vita.

Il problema è che vivere questo momento da genitori assume un sapore e una consistenza diverse.

La casa ci sembra più grande e infinitamente triste. Guardiamo il nostro partner e non lo riconosciamo più o forse siamo noi che ci siamo smarriti, dopo aver investito tempo e risorse, forse anche in maniera eccessiva, sui nostri figli. Ci guardiamo intorno e avvertiamo una sensazione tremenda di mancanza che ci impedisce di godere addirittura delle conquiste dei nostri ragazzi.

Cosa sta succedendo? Semplice, stiamo soffrendo della sindrome del nido vuoto!

Cos’è la sindrome del nido vuoto?

Questa sindrome è il disagio emotivo e il dolore che molti genitori provano nel momento in cui i figli lasciano la loro casa.

Avvertire che un figlio non ha più bisogno di noi provoca un’ondata di tristezza, di solitudine e di vuoto che ben presto possono portare alla sensazione di aver smarrito il significato e il senso della propria vita.

È un dolore che colpisce sia uomini che donne anche se, a prima vista, sono le mamme a soffrirne di più: hanno dedicato più o meno venti anni della loro vita ad allevare i propri figli finendo per considerare la maternità come il ruolo primario della loro esistenza. Un figlio che se ne va equivale a un licenziamento: la donna sente di aver finito o perso il suo lavoro più importante.

La ricerca ha dimostrato però che la tristezza per un figlio che se ne va colpisce in egual misura anche gli uomini: lo rendono forse meno evidente e palese, ma la sofferenza non risparmia nemmeno i papà.

La sindrome del nido vuoto è aggravata dalla concomitanza con eventi importanti della nostra vita come l’arrivo della menopausa ma anche il pensionamento.

È come se all’improvviso la nostra vita fosse stata spazzata via da un tornado. Quello che ci appariva familiare fino a qualche tempo fa non esiste più, è tutto da reinventare e questo ci spaventa.

È una situazione senza via d’uscita? Niente affatto, la sindrome del nido vuoto è un dolore e, come tutti i dolori della nostra vita, deve passare attraverso le fasi della negazione, della rabbia e della tristezza per arrivare all’accettazione.

Quali sono le cause della sindrome del nido vuoto?

Spesso un genitore costruisce la sua vita intorno a quella dei propri figli e non parliamo soltanto in termini di massimi sistemi come l’educazione, il sostentamento o la crescita della prole ma anche di vita quotidiana: orari, pasti, bucato.

Questa genitorialità così forte ci porta a trascurare i nostri bisogni e la maggior parte delle volte anche il partner. Ci si cristallizza nel ruolo di mamma e papà e non più di compagni. Questo è il motivo per cui, quando i figli se ne vanno, proviamo quella sensazione di vuoto che viene percepita come incolmabile perché, nel corso degli anni, abbiamo smarrito la nostra identità e il senso stesso della coppia.

Quali sono i sintomi della sindrome del nido vuoto?

I principali segnali che stiamo attraversando questa fase così dolorosa sono:

solitudine, questa è la sensazione più frequente ma anche la più spiazzante. Svegliarsi la mattina e vedere il letto vuoto fa male e ci fa sentire soli;

ansia e preoccupazione, nulla vale la consapevolezza di aver fatto del nostro meglio per crescere un individuo responsabile. La nostra mente immagina scenari catastrofici che hanno il potere di farci sentire perennemente in ansia. La perdita di controllo sulla sua vita ci destabilizza;

esaurimento emotivo, la sensazione di essere sulle montagne russe è presente anche in questo momento. In alcuni frangenti, ci piace fantasticare su quella che sarà la nostra vita d’ora in poi e su come potremo arredare questi nuovi spazi personali, sia fisici che mentali. Ci basta però vedere una foto di famiglia per scoppiare a piangere e sprofondare nella tristezza;

perdita di identità, quando un figlio se ne va, il genitore sembra perdere il suo ruolo. E in effetti ci sentiamo proprio così, è come se fossimo stati messi sotto cassa integrazione dal vuoto che avvertiamo fuori e dentro di noi;

depressione, la sindrome del nido vuoto spesso viene sottovalutata o addirittura non riconosciuta perché un figlio adulto che se ne va viene comunemente visto come un evento “sano” e normale. La tristezza dei genitori spesso non trova né sostegno né empatia da parte del mondo esterno. Ci si sente accusare di essere esagerati, iperprotettivi (genitori elicottero), lagnosi. La conseguenza è l’incapacità di elaborare e accettare questa condizione che può sfociare in una vera e propria depressione.

Quanto dura la sindrome del nido vuoto?

Ogni esperienza è diversa: per qualcuno può durare qualche settimana, per altri invece anche un anno intero. Secondo un recente sondaggio, il tempo medio necessario per superare questa fase è all’incirca di 3 o 4 mesi.

Non dimentichiamo però che, come tutte le sofferenze, anche la sindrome del nido vuoto mostra delle sfumature impercettibili che hanno il potere di renderla ancora più incisiva. Per molti genitori, ad esempio, è una risposta emotiva anticipatoria che crea dolore al solo pensiero e che può durare anni interi.

Qualunque sia la nostra condizione e il nostro vissuto emotivo, la prima cosa che dobbiamo fare è non sforzarci di raggiungere un falso benessere emotivo e soprattutto cercare di non confondere questa sindrome dolorosa ma transitoria con la depressione vera e propria. Se i sintomi persistono per un periodo di tempo prolungato, è consigliabile rivolgersi a un professionista della salute mentale.

Come affrontare la sindrome del nido vuoto

Per superare il carico emotivo della sindrome del nido vuoto proviamo a seguire pochi ma semplici consigli:

1) Diamo un nome al nostro dolore, riconosciamolo e concediamo a noi stessi la possibilità di sentirci turbati, anche se gli altri non ci capiscono

2) Parliamo delle nostre difficoltà con il partner e connettiamoci con lui. Un nido vuoto è un’occasione perfetta per trascorrere del tempo con la persona amata. Usiamo questo nuovo spazio per ritrovare l’intesa di un tempo.

3) I rituali ci aiutano ad affrontare le situazioni difficili. Creiamo il nostro: tenere un diario, arredare ex novo la sua camera, piantare un fiore o un albero in giardino.

4) Concediamoci del tempo per adattarci ai cambiamenti e non chiediamo troppo a noi stessi

5) Rimandiamo qualsiasi decisione importante

6) Prendiamoci cura di noi stessi, inauguriamo una routine quotidiana che preveda il movimento fisico e una dieta sana ed equilibrata

7) Cerchiamo il supporto degli amici e rispolveriamo i nostri vecchi hobby

8) Chiediamo un aiuto professionale se ci sentiamo sopraffatti da questa situazione.

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Revisori

reviewer

Dott. Domenico De Donatis

Medico Psichiatra

Ordine dei Medici e Chirurghi della provincia di Pescara n. 4336

Laurea in Medicina e Chirurgia presso l'Università degli Studi di Parma. Specializzazione in Psichiatria presso l'Università Alma Mater Studiorum di Bologna.

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Dott. Federico Russo

Psicoterapeuta Cognitivo-Comportamentale e Neuropsicologo, Direttore Clinico di Serenis

Ordine degli Psicologi della Puglia n. 5048

Laurea in Psicologia Clinica e della Salute presso l’Università degli Studi “G. D’Annunzio” di Chieti. Specializzazione in Psicoterapia Cognitivo-Comportamentale a indirizzo neuropsicologico presso l’Istituto S. Chiara di Lecce.

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Dott.ssa Martina Migliore

Psicologa Psicoterapeuta specializzata in Psicoterapia Cognitivo Comportamentale

Ordine degli Psicologi dell'Umbria n.892

Psicologa e Psicoterapeuta cognitivo comportamentale, docente e formatrice. Esperta in ACT e Superhero Therapy. Membro dell'Associazione CBT Italia, ACT Italia e SITCC. Esperta nell'applicazione di meccaniche derivanti dal gioco alle strategie terapeutiche evidence based e alla formazione aziendale.