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L’autolesionismo spiegato: tutto quello che devi sapere per affrontarlo

Esplora l’autolesionismo come un complesso modo di affrontare il dolore emotivo: comprendi le radici profonde di questa condizione, trova sostegno e impara strategie efficaci per affrontare il disagio interiore.

Quando si parla di autolesionismo si intendono tutti quei comportamenti intenzionali che il soggetto compie per provocarsi del dolore fisico, indipendentemente dall’avere o meno pensieri suicidari.

Di fatto, chi soffre di autolesionismo tenderà ad avere comportamenti lesivi verso di sé, come tagliarsi, bruciarsi parti del corpo, percuotersi, mordersi, fino anche ad assumere sostanze dannose per il corpo, causandosi una serie di danni fisici anche gravi.

Un disturbo che si manifesta con un’incidenza maggiore nel sesso femminile e nelle persone in età adolescenziale: spesso è una conseguenza di episodi di bullismo, ansia, depressione, bassa autostima, problemi in ambito familiare, abuso di alcol e/o droghe, ecc. ed è  finalizzato alla regolazione delle emozioni che si vivono, che si traducono in atteggiamenti dannosi e lesivi.

Un problema che, quindi, è importante affrontare facendosi aiutare da una persona esperta, seguendo un percorso di psicoterapia capace di portare il o la paziente alla fonte del comportamento autolesionista, risolvendolo e ritrovando un benessere sia fisico che mentale. 

Cos’è l’autolesionismo

L’autolesionismo è una malattia che porta chi ne soffre a procurarsi volontariamente del dolore fisico attraverso una serie di comportamenti lesivi di gravità variabile. 

Come indicato anche dall’organizzazione Mondiale della Sanità, l’autolesionismo viene definito come un comportamento:

  • non fatale;
  • volto unicamente ad autodanneggiarsi;
  • intenzionale e commesso autonomamente;
  • finalizzato a modificare e attuare dei cambiamenti attraverso le conseguenze stesse delle lesioni che ci si infligge.

L’autolesionismo è un comportamento estremamente impulsivo, tanto che spesso possono passare pochissimi minuti dal pensiero lesionista all’atto stesso, e si manifesta con maggior incidenza negli adolescenti e nel sesso femminile, con tutta una serie di azioni e comportamenti autolesionistici ben definiti.

Come si manifesta e sintomi

Tra gli atti di autolesionismo più comuni ci sono:

  • tagliarsi con diversi tipi di oggetti affilati (per esempio i tagli sul braccio);
  • provocare ustioni e bruciarsi la pelle con sigarette e/od oggetti roventi;
  • ferirsi in maniera ritualistica;
  • percuotere il corpo;
  • mordersi;
  • assumere sostanze nocive;
  • assumere un dosaggio di farmaci maggiore rispetto a quello prescritto;

e altri ancora.

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Il tutto svolto in modo impulsivo e intenzionale, che porta a:

  • difficoltà relazionali;
  • pensieri ed emozioni negative precedenti al gesto autolesivo;
  • preoccupazione incontrollabile verso il gesto stesso.

Un comportamento attuato dal soggetto che ne soffre come modo per sfogarsi, e come mezzo per regolare le proprie emozioni, eliminando attraverso il corpo la sofferenza interiore e il dolore emotivo: spostare l’attenzione e il proprio disagio dall’interno verso l’esterno, rende il dolore fisico più sopportabile e lo rende visibile anche a chi si ha vicino.

Cause

Le diverse forme di autolesionismo rappresentano l’unica soluzione conosciuta da chi soffre per regolare e liberarsi dalle emozioni intense che si provano, e che fanno stare male con sé stessi: si tratta quindi di una strategia per provare a eliminare la sofferenza vissuta. 

Tra le cause dell’autolesionismo, infatti, ci sono:

  • il desiderio di risolvere eventuali difficoltà interpersonali;
  • l’autopunizione per errori che si pensa di aver commesso; 
  • la richiesta di aiuto;
  • ricerca di attenzione.

Ma può sfociare anche in seguito a 

  • problemi e/o difficoltà in ambito familiare;
  • bassa autostima;
  • scarsi risultati scolastici o nell’ambiente lavorativo;
  • basse capacità di problem solving;
  • abuso di sostanze dannose come alcol e droghe;
  • l’aver vissuto episodi di bullismo, isolamento, ecc.

Tutti fattori che possono portare ad assumere comportamenti autolesionisti, attuati come vere e proprie strategie per fronteggiare situazioni interiori stressanti ed emotivamente dolorose, cercando di donarsi sollievo. 

Autolesionismo: il legame con altre patologie

Accade molto frequentemente che l’autolesionismo sia espressione e segnale di altri problemi o patologie in corso vissute dal o dalla paziente, tra cui:

Quindi, l’autolesionismo può essere sintomo di un altro problema, ad esempio dell’instabilità nelle relazioni, dell’umore, dell’immagine di sé, ecc., vissuta dalla persona, e da cui cerca sollievo, arrivando anche a desensibilizzarsi al dolore che ci si causa spingendosi sempre oltre.

Di fatto, i comportamenti autolesionistici possono rappresentare un forte fattore di rischio per il suicidio. Questo non significa che l’autolesionismo sia espressione del desiderio di togliersi la vita, ma è presente una correlazione tra i due fenomeni.

Secondo una ricerca pubblicata sulla rivista Lancet, nonostante l’autolesionismo non sia attuato allo scopo di porre fine alla propria vita, può rappresentarne una premonizione, anticipando futuri tentativi di suicidio.

Ecco perché è bene comprendere il proprio disturbo o aiutare chi si ha vicino a prenderne atto, per cominciare un percorso mirato con un o una terapeuta che permetta alla persona di riconoscere e risolvere le cause all’origine del disturbo stesso e liberarsene. Cosa che deve esser fatta il prima possibile.

guarire autolesionismo

Autolesionismo e fasi della vita

L’autolesionismo è un fenomeno che si sviluppa solitamente in giovane età, tanto da essere molto diffuso tra gli adolescenti (di cui ne soffrono circa il 15-20%), perdurando in alcuni casi anche nella prima età adulta.

Nonostante non sia chiaro il perché i comportamenti autolesionistici rimangano attivi nel tempo anche fino all’età adulta, pare che questo sia causato da diversi fattori sia interpersonali, come un basso supporto familiare e sociale, che intrapersonali tra cui:

  • la bassa autostima del soggetto;
  • il livello di soddisfazione riguardo la propria vita;
  • distress emotivo;
  • percezione e gestione delle emozioni vissute.

Tutti fattori che influiscono negativamente sul soggetto che ne soffre, cronicizzando il problema e aumentando il rischio di conseguenze gravi e irrimediabili. Ma come si fa guarire dall’autolesionismo e ritrovare un benessere sia fisico che mentale, migliorando la qualità della propria vita?

Cure e rimedi: come aiutare chi ne soffre

Il trattamento più diffuso ed efficace utilizzato per intervenire nei casi di comportamenti autolesionisti è la terapia cognitivo comportamentale.

Questa terapia prevede l’utilizzo di tecniche specifiche di ristrutturazione cognitiva e prevenzione verso eventuali ricadute, utili ad aiutare chi soffre di autolesionismo ad affrontare il problema.

Per farlo è importante affidarsi a un o una terapeuta in grado di eseguire una valutazione generale delle diverse abilità di regolazione emotiva del o della paziente, oltre alla rilevazione della percezione che il soggetto autolesionista ha della propria capacità di regolare le emozioni che vive, modificando eventuali credenze disfunzionali a riguardo.

Ma non solo. Altre tipologie di terapie per l’autolesionismo sono:

  • terapia dialettico-comportamentale, che consiste in sessioni settimanali, sia individuali che di gruppo, con uno o una psicoterapeuta disponibile telefonicamente 24 ore su 24. Lo scopo è quello di sostenere il soggetto e aiutarlo a trovare modi migliori per reagire allo stress che vive, evitando di ledere se stesso;
  • la terapia di gruppo per la regolazione emotiva, che aiuta il soggetto a essere consapevole delle proprie emozioni, comprendendo e accettando ciò che vive in modo da non reagire a esse. 

Invece, nel caso in cui il soggetto autolesionista sia affetto dai disturbi già citati come quelli alimentari, della personalità, ecc., il o la terapeuta dovrà procedere e focalizzarsi alla cura di questi.

A chi rivolgersi

Se attui l’autolesionismo o conosci una persona cara che lo fa, è utile rivolgersi a uno o una psicoterapeuta che possa valutarne le cause e aiutare nel risolverlo, per tornare a vivere una vita più serena.

Ricordati sempre che il primo passo che si compie per la propria salute è quello più importante. 

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Bibliografia

Dott. Raffaele Avico

Psicologo clinico e psicoterapeuta, specializzato in psicoterapia cognitiva e sessuologia clinica. La mia formazione include anche EMDR e mindfulness. Ho un'ampia esperienza nella gestione di disturbi d'ansia, dell'umore, da stress, sessuali, e da uso di sostanze. Mi dedico in particolare al trattamento del trauma psicologico e delle dipendenze. Ordine degli Psicologi del Piemonte num. 5822.

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Revisori

reviewer

Dott. Raffaele Avico

Psicoterapeuta, psicotraumatologo e terapista certificato EMDR I

Ordine degli Psicologi del Piemonte num. 5822

Psicoterapeuta, psicotraumatologo e terapista EMDR. È membro della ESDT (European Society for Trauma and Dissociation) e socio AISTED (Associazione italiana per lo studio del trauma e della dissociazione).

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Dott. Rosario Urbani

Psicoterapeuta specializzato in cognitivo comportamentale

Ordine degli Psicologi della Campania num. 6653/A

Laureato in Neuroscienze presso la Seconda Università di Napoli. Specializzato presso l’istituto Skinner in psicoterapia cognitivo comportamentale. Analista del comportamento ABA e specializzato anche nella tecnica terapeutica dell'EMDR.

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Dott.ssa Maria Vallillo

Psicoterapeuta specialista in Lifespan Developmental Psychology

Ordine degli Psicologi del Lazio num. 25732

Laurea in Psicologia presso l'Università degli Studi di Chieti. Specializzazione in psicoterapia e psicologia del ciclo di vita presso l’Università la Sapienza di Roma. Esperta in neuropsicologia e psicodiagnostica e perfezionata in psico-oncologia.