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Mi sono pentita del secondo figlio: facciamo chiarezza

Nell’ambito della genitorialità, esistono dei tabù che è difficile infrangere. La cosiddetta regretting motherhood è uno di questi: indica quelle situazioni in cui una donna, per le motivazioni più variegate, si pente di aver fatto un figlio.

La regretting motherhood non indica una mancanza d’amore, bensì una profonda infelicità che la madre si trova a vivere e che la porta a formulare questo genere di pensieri.

La regretting motherhood può avere effetti nocivi sui figli e sui rapporti familiari; ecco perché è tanto importante capire come gestirla e indagarne le cause e la genesi. Lo faremo approfonditamente nel corso dell’articolo. In conclusione, offriremo uno sguardo sulle possibili soluzioni e su nuove prospettive.

Regretting motherhood

In quanto madri, non è facile ammettere di essersi pentite di aver fatto un figlio. Quando si sperimenta questa sensazione, il più delle volte si fa ingresso in un circolo vizioso di pensieri auto-svalutanti: “Devo essere un mostro”; “Sono una pessima madre”.

Nel 2015, la sociologa Orna Donath ha deciso di indagare l’universo del pentimento materno, conducendo interviste e studi su un gruppo composto da 23 donne. Tra queste, molte testimoniavano una forma di pentimento o regretting motherhood.

Al contempo, distinguevano tra il pentimento e l’affetto che provavano naturalmente verso i loro figli. Questa contrapposizione, apparentemente inconcepibile, gli causava flussi di pensieri conflittuali e costante rimuginio.

Non solo: il pentimento le portava a vivere nella convinzione di essere terribili madri e addirittura terribili persone. Avevano difficoltà a confessare questi sentimenti al partner, alle persone care e addirittura alla sociologa.

Ma qual è la causa profonda del regretting motherhood?

Cause del pentimento materno

Quando si diventa madri, avvengono svariati cambiamenti. Cambiamenti che possono interessare lo stile di vita, i rapporti interpersonali, il rapporto con sé stessi. Il tempo che una volta si dedicava alla cura di sé, viene quasi del tutto spostato sul figlio, nuovo centro nevralgico dell’attenzione e dell’amore genitoriale.

Tra le madri che testimoniavano pentimento materno, erano evidenti sentimenti contrastanti tra l’amore per il figlio e la sensazione di trovarsi all’interno di una gabbia di ferro, che privava della libertà personale e della possibilità di dedicarsi alle proprie passioni e ai propri hobby.

In alternativa, le cause potevano riguardare:

  • conflitto tra aspettativa e realtà.

Alcune madri, per esempio, parlavano della profonda noia e tristezza che avevano cominciato ad esperire dopo la nascita di un figlio. Ciò potrebbe essere dovuto ad una forma di depressione post-partum ma anche ai cambiamenti sopracitati.

Altre donne, invece, si riferivano alla genitorialità come a un’esperienza deludente, nella quale non riuscivano a ritrovarsi e verso cui non provavano abbastanza trasporto. Era come se, con la nascita dei figli, si fossero disilluse sull’amore profondo che credevano avrebbero provato nei confronti del figlio.

Tutto questo le portava ad auto-giudicarsi acuendo i sentimenti di tristezza e inadeguatezza.

Emozioni negative: la normalità

Per secoli, in Occidente, la donna è stata anzitutto concepita sulla base della sua funzione materna. Per questo il regretting motherhood è ancora considerato un tabù: una madre che si pente di un figlio, sembra infatti venir meno al suo compito esistenziale, andare contro natura.

In realtà, la genitorialità non ha il potere di renderci perfetti e di allontanare da noi la presenza di emozioni negative; tali emozioni partecipano dell’esistenza umana e, naturalmente, anche della sfida della genitorialità.

Come prima cosa, è necessario comprendere che il pentimento materno non solo è normale e molto più diffuso di quanto si possa credere, ma che non ha nulla a che fare con l’amore della madre verso il figlio o con disturbi mentali.

Di conseguenza:

  • le donne che sperimentano pentimento materno non hanno per questo psicopatologie;
  • possono essere ottime madri, pur pentendosi della propria scelta;
  • il più delle volte, vivono un conflitto interiore tra l’affetto che provano e le emozioni negative che si trovano a vivere.

Il loro pentimento non è rivolto al figlio stesso; quanto piuttosto alle condizioni in cui si trovano a vivere in virtù del fatto di essere madri.

Altre volte, invece, le donne che sperimentano regretting motherhood hanno idealizzato la condizione materna. Per esempio:

  • hanno per lungo tempo immaginato che la nascita di un figlio potesse dare un senso definitivo alla loro vita;
  • che avrebbero vissuto una felicità a lungo termine;
  • che il rapporto con il partner sarebbe migliorato dopo l’evento;

E così via.

L’idealizzazione ha poi lasciato spazio alla realtà: ecco che il pentimento si è fatto tanto più forte quanto più la disillusione è stata violenta e inaspettata.

Soluzioni al regretting motherhood

Provare pentimento, angoscia, tristezza, stress e altre emozioni negative non è sinonimo di essere delle cattive madri o dei cattivi genitori. Questi sentimenti possono sorgere per molteplici ragioni e non influenzare il benessere del bambino.

Consigliamo a tutte le madri che stanno sperimentano regretting motherhood di chiedere un supporto e di non avere vergogna dei propri sentimenti: solo in questo modo, sarà possibili affrontarli in studio o online con l’aiuto di un terapeuta e andare alla radice del problema reale.

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Revisori

reviewer

Dott. Raffaele Avico

Psicoterapeuta, psicotraumatologo e terapista certificato EMDR I

Ordine degli Psicologi del Piemonte num. 5822

Psicoterapeuta, psicotraumatologo e terapista EMDR. È membro della ESDT (European Society for Trauma and Dissociation) e socio AISTED (Associazione italiana per lo studio del trauma e della dissociazione).

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Dott. Rosario Urbani

Psicoterapeuta specializzato in cognitivo comportamentale

Ordine degli Psicologi della Campania num. 6653/A

Laureato in Neuroscienze presso la Seconda Università di Napoli. Specializzato presso l’istituto Skinner in psicoterapia cognitivo comportamentale. Analista del comportamento ABA e specializzato anche nella tecnica terapeutica dell'EMDR.

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Dott.ssa Maria Vallillo

Psicoterapeuta specialista in Lifespan Developmental Psychology

Ordine degli Psicologi del Lazio num. 25732

Laurea in Psicologia presso l'Università degli Studi di Chieti. Specializzazione in psicoterapia e psicologia del ciclo di vita presso l’Università la Sapienza di Roma. Esperta in neuropsicologia e psicodiagnostica e perfezionata in psico-oncologia.