Depressione reattiva: i sintomi e il percorso di guarigione

Un evento traumatico può innescare una depressione reattiva: esploriamo cos'è e come possiamo identificarla, affrontarla e superarla.
Scritto daDott. Raffaele AvicoPsicologo e Psicoterapeuta
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Revisionato daTeam clinico Serenis
Pubblicato06 luglio 2022
•
Aggiornato23 settembre 2026
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Depressione reattiva: cosa significa, sintomi e cure

Punti chiave:

  • Cos'è la depressione reattiva: la depressione reattiva è una forma di depressione che si manifesta in risposta a eventi traumatici o stressanti esterni, come un lutto, una separazione o la perdita del lavoro. È considerata un disturbo dell’adattamento, poiché chi ne soffre fatica a riprendere la propria vita come prima del trauma.
  • Sintomi della depressione reattiva: i sintomi possono essere fisici (affaticamento, disturbi del sonno, variazioni di peso), psicologici (tristezza persistente, ansia, senso di colpa) e comportamentali (isolamento sociale, perdita di interesse per le attività, difficoltà nelle relazioni).
  • Guarire dalla depressione reattiva: la cura prevede principalmente la psicoterapia, con approcci come il cognitivo-comportamentale, psicodinamico o sistemico-relazionale. Nei casi più gravi, lo psichiatra può prescrivere farmaci antidepressivi. Il supporto di familiari e amici è fondamentale, così come adottare abitudini sane, come praticare sport, curare l’alimentazione e seguire routine regolari per il sonno.
 

Tre mesi fa hai perso il lavoro. Da allora ti svegli alle cinque, il cibo non ha sapore, hai smesso di rispondere ai messaggi. La depressione reattiva è questo: un abbassamento dell'umore che parte da un evento preciso, riconoscibile, esterno a te. Il DSM-5 la inquadra come reazione a uno o più fattori psicosociali stressanti identificabili, ed è una delle diverse forme di depressione esistenti.

I sintomi possono essere intensi, e la causa è ben definita. La differenza con la depressione maggiore, però, non sta solo nell'evento scatenante, perché anche un episodio depressivo maggiore può seguire un lutto o un licenziamento. Sta nel fatto che i sintomi della depressione reattiva non soddisfano i criteri per un episodio depressivo maggiore, né per numero né per durata. Quando quei criteri sono soddisfatti, la diagnosi è di depressione maggiore, evento scatenante o meno.

Cos'è la depressione reattiva?

La depressione reattiva è una reazione depressiva a uno o più fatti che hanno causato stress e dolore profondi, quella che la letteratura divulgativa in lingua inglese chiama situational depression. Rispetto alla depressione in senso ampio ha una peculiarità: c'è sempre un prima e un dopo, e sai indicare il momento in cui la linea si è spezzata.

Si tratta di un disturbo dell'adattamento, più che dell'umore, perché chi ne soffre sente di non riuscire a proseguire la propria esistenza come era prima: adattarsi di nuovo alla vita precedente risulta impossibile.

Quanto è frequente la depressione reattiva

Quanto è frequente? Il numero non è uno solo, e cambia moltissimo a seconda di dove lo si misura. Nella ricerca ODIN, condotta sulla popolazione generale di cinque Paesi europei fra i 18 e i 64 anni, il disturbo dell'adattamento è stato diagnosticato in meno dell'1% delle persone che nel campione avevano già un quadro depressivo. Fra chi arriva ai servizi di salute mentale la quota sale molto: nelle consulenze psichiatriche in ospedale l'incidenza stimata va dal 5 al 21%, e uno studio multicentrico la registra nel 12% delle consulenze, di cui 7,8% come diagnosi unica e 4,2% insieme ad altro. I dati sono raccolti nella revisione di Carta e colleghi, Clinical Practice and Epidemiology in Mental Health, 2009.

Depressione reattiva: significato

La depressione reattiva per il DSM-5 fa parte dei «disturbi correlati a eventi traumatici e stressanti». La condizione è generata da fattori esogeni, cioè esterni alla persona. La depressione è invece endogena quando deriva da fattori interni.

In sostanza, la depressione reattiva è una reazione a un evento avverso che diventa clinicamente significativa quando il disagio è sproporzionato rispetto all'evento, oppure quando compromette il funzionamento quotidiano, sociale o lavorativo. La durata non è il criterio che la rende significativa, è quello che la delimita. Secondo il DSM-5 i sintomi compaiono entro 3 mesi dall'evento e non persistono oltre 6 mesi dalla fine dell'evento e delle sue conseguenze. Se durano più a lungo, vuol dire che il fattore stressante è ancora in corso oppure che la diagnosi è un'altra, e va rivalutata.

Depressione esogena e depressione endogena: che differenza c'è

La differenza sta nel punto di partenza. Si parla di depressione esogena quando l'abbassamento dell'umore segue un evento scatenante che puoi indicare con un dito, un lutto, un trasferimento, una diagnosi; si parla di depressione endogena quando il quadro compare senza un fattore esterno evidente, e chi lo attraversa fatica a dire da dove sia arrivato.

È una distinzione storica, e il DSM-5 non la usa più come asse diagnostico. Il manuale non classifica i disturbi depressivi in base alla causa, ma in base ai sintomi presenti, alla loro durata e a quanto compromettono il funzionamento. Due persone con lo stesso quadro ricevono la stessa diagnosi, che alle spalle ci sia un licenziamento o niente di riconoscibile.

In clinica, però, la distinzione resta utile, e per un motivo pratico. Sapere se c'è un evento, e quale sia, orienta il lavoro della terapia: su un evento si può elaborare, e attorno a un evento si possono ricostruire routine e legami. Serve a capire su cosa si lavora, non a dare un nome alla diagnosi.

Depressione ansiosa reattiva

Ansia e depressione reattiva sono due disturbi collegati. Fra i sintomi di questa forma di depressione ci sono proprio l'ansia e lo stress elevati. Dopo l'evento che ha scatenato la depressione reattiva può accadere di sviluppare anche atteggiamenti ansiosi, quella che viene chiamata depressione ansiosa o sindrome ansioso depressiva.

Mentre affronti la depressione in psicoterapia, puoi lavorare anche sull'ansia. Il terapeuta o la terapeuta valuterà se i due disturbi sono uno la conseguenza dell'altro, o se fanno parte di un quadro in cui sono emerse problematiche diverse. Esiste la possibilità che si alimentino a vicenda.

I sintomi della depressione reattiva

La depressione reattiva può avere molti sintomi, sia psico-emotivi sia fisici. Variano parecchio da persona a persona, ma quasi sempre c'è la sensazione di non riuscire a gestire la vita quotidiana come prima.

Possiamo suddividere i sintomi depressivi in tre categorie: fisici, psicologici e comportamentali.

Sintomi fisici

  • Affaticamento e stanchezza persistente;
  • Disturbi del sonno, come insonnia o ipersonnia;
  • Cambiamenti nell'appetito e nel peso corporeo;
  • Mal di testa frequenti o altri dolori corporei senza cause fisiche evidenti, un pattern comune anche nella depressione mascherata;
  • Problemi digestivi o disturbi gastrointestinali.
Depressione reattiva: sintomi

Sintomi psicologici

  • Tristezza persistente e umore depresso.
  • Sentimenti di disperazione e impotenza.
  • Sensazione di vuoto emotivo.
  • Difficoltà a concentrarsi o a prendere decisioni.
  • Bassa autostima, autosvalutazione e senso di inadeguatezza.
  • Ansia e preoccupazione costante per il futuro.
  • Sensi di colpa e autoaccusa eccessiva.

Segnali comportamentali

  • Ritiro sociale e isolamento dall'ambiente circostante.
  • Perdita di interesse per attività che una volta erano piacevoli o gratificanti (anedonia).
  • Difficoltà a svolgere le attività quotidiane o lavorative.
  • Tendenza all'irritabilità e alla frustrazione.
  • Pensieri o comportamenti suicidi.
  • Difficoltà nelle relazioni interpersonali.

C'è poi una voce che raramente viene nominata, la rabbia. Non è un sintomo alternativo alla depressione, ne è spesso la faccia più visibile: l'irritazione continua, gli scatti con chi ti sta vicino, l'ostilità verso tutto. Si vede soprattutto quando l'evento è stato subito, un licenziamento, un tradimento, una violenza. Il DSM-5 prevede infatti, per il disturbo dell'adattamento, sottotipi con alterazione della condotta. Chi reagisce così può non riconoscersi nel ritratto classico della persona depressa, quella spenta e immobile, e proprio per questo arriva in terapia più tardi.

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Diagnosi: i criteri per diagnosticare la depressione reattiva

Il DSM-5, il manuale diagnostico di riferimento, chiede che siano presenti questi elementi:

  • esposizione a un evento stressante - la depressione reattiva si sviluppa in risposta a un evento stressante identificabile, come la perdita di una persona cara, un trauma emotivo o una situazione di vita difficoltosa;
  • sintomi depressivi - deve essere presente un insieme significativo di sintomi depressivi, quali tristezza persistente, umore depresso, perdita di interesse o piacere nelle attività, sentimenti di inutilità o colpa e cambiamenti nel peso o nell'appetito;
  • tempistica dei sintomi - i sintomi devono manifestarsi entro un periodo massimo di 3 mesi dall'insorgenza dell'evento stressante e non devono persistere oltre 6 mesi dopo la cessazione dell'evento stesso;
  • impatto funzionale - i sintomi devono causare un disagio significativo o compromettere il funzionamento sociale e lavorativo;
  • esclusione di altri disturbi - è necessario escludere altre condizioni psichiatriche che potrebbero causare sintomi simili, come la depressione maggiore, il disturbo bipolare o il disturbo da stress post-traumatico;
  • non rispondenza ai criteri per altri disturbi - i sintomi non devono rispondere ai criteri degli altri disturbi dell'umore, come la depressione post parto o la depressione psicotica.

Quando la diagnosi va riconsiderata

Se i sintomi si protraggono oltre i 6 mesi dalla fine dell'evento, la diagnosi di depressione reattiva non regge più e va riconsiderata. Quando il fattore stressante è ancora presente, il DSM-5 prevede per il disturbo dell'adattamento la specificazione «persistente (cronico)». Quando invece l'umore depresso si mantiene per almeno due anni con le caratteristiche proprie di quel quadro, si tratta di un disturbo diverso, il disturbo depressivo persistente, conosciuto anche come distimia, che non è l'evoluzione automatica di una depressione reattiva.

Ricorda: la diagnosi richiede una valutazione completa da parte di un professionista della salute mentale, che tenga conto dei sintomi, del contesto personale e dell'impatto che quei sintomi hanno sulla tua vita.

Criteri per diagnosticare la depressione reattiva

Test per la depressione reattiva

Non esiste un test specifico per la depressione reattiva. La diagnosi la fanno psicologi, psicoterapeuti o psichiatri attraverso valutazioni cliniche approfondite.

Queste valutazioni includono spesso:

  • interviste cliniche;
  • questionari standardizzati per valutare i sintomi depressivi;
  • una ricostruzione della storia personale e degli eventi stressanti che possono aver contribuito allo sviluppo della depressione.

Se sospetti di avere la depressione, puoi fare il test sulla depressione: è gratuito e online.

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Depressione reattiva: punteggio di invalidità

Il punteggio di invalidità non lo decide chi ti ha in cura. Le percentuali sono fissate dalla tabella ministeriale delle invalidità civili (decreto del 5 febbraio 1992) e le applica la Commissione Medica INPS, che valuta il singolo caso e il suo impatto sulla capacità lavorativa e quotidiana.

La depressione reattiva viene inquadrata nel gruppo delle menomazioni delle funzioni emotive e volitive, sotto la voce «sindrome depressiva endoreattiva», in tre gradi:

  • lieve, 10%;
  • media, 25%;
  • grave, dal 31% al 40%, con la percentuale esatta stabilita dalla Commissione caso per caso.

Per ottenere l'assegno mensile di invalidità civile serve una percentuale di almeno il 74%. La depressione reattiva da sola non arriva a quella soglia nemmeno nel grado più grave, quindi non dà diritto a un sussidio economico. Concorre però al punteggio complessivo quando sono riconosciute altre patologie, fisiche o psichiatriche, che la Commissione valuta insieme a questa.

In Italia la domanda passa dal certificato introduttivo del medico e dalla visita in Commissione. Per costruire la pratica, ti conviene farti seguire da un patronato o da un professionista legale.

Quali sono le cause della depressione reattiva?

La causa è sempre un evento che chiede un adattamento, e può essere di moltissimi tipi, comprese le condizioni mediche croniche e invalidanti (DSM). Quello che tutte queste situazioni hanno in comune è la conseguenza: l'incapacità di reagire al cambiamento.

Il cambiamento può essere un evento traumatico, come un lutto o una separazione, ma anche una situazione nuova alla quale sembra impossibile adattarsi, un licenziamento, la perdita di una casa, l'inizio di una relazione a distanza.

Le cause scatenanti più frequenti

Ecco alcune delle cause scatenanti più frequenti, la cui altra peculiarità è quella di avere una sintomatologia che dura molto a lungo in proporzione a ciò che è avvenuto:

  • lutto;
  • separazione o divorzio;
  • perdita del lavoro;
  • fallimenti personali di vario tipo;
  • violenza fisica o psicologica.

Le donne risultano particolarmente esposte a quest'ultima causa. Non esistono però dati di prevalenza specifici per la depressione reattiva che ne documentino una maggiore frequenza nella popolazione femminile: quello che si osserva riguarda i disturbi depressivi nel loro insieme, dove i sintomi della depressione femminile presentano spesso caratteristiche specifiche rispetto alla manifestazione maschile.

Da questo elenco emerge come il disturbo possa affiorare per motivi molto eterogenei. Gli aspetti che li accomunano sono due:

  • il fatto che si tratta di eventi traumatici;
  • il fatto che richiedono una strategia di adattamento non sempre facile da trovare.

Cause della depressione reattiva

Bullismo, mobbing sul lavoro e depressione reattiva

Il bullismo e il mobbing sul lavoro possono avere un impatto devastante sulla salute mentale. La pressione costante, la sensazione di impotenza e il senso di isolamento alimentano la depressione reattiva, fino alla disperazione e alla frustrazione.

È importante che tu sappia di non essere solo o sola: chiedere aiuto e cercare sostegno è il primo passo per affrontare la situazione e recuperare il benessere emotivo.

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Lutto e depressione reattiva

Perdere una persona cara fa male senza che questo sia una depressione. Il dolore del lutto arriva a ondate, ti travolge quando apri un cassetto o senti una canzone, e fra un'ondata e l'altra lascia spazio a momenti in cui riesci a stare con gli altri. Nella depressione, invece, l'umore depresso è pervasivo e continuo, non si accende sui ricordi e non si spegne.

C'è un'altra differenza che i clinici guardano, ed è la stima di sé. Nel lutto resta in piedi, quello che manca è la persona; nella depressione il bersaglio diventi tu, con il senso di inutilità e le autoaccuse.

Le due cose possono stare insieme, e il DSM-5 lo riconosce: il criterio che escludeva la diagnosi di depressione nei mesi successivi a una perdita è stato rimosso. Una depressione può essere diagnosticata e curata anche mentre stai attraversando l'elaborazione del lutto, e aspettare che il lutto sia finito non è un buon motivo per rimandare una richiesta di aiuto.

Quando poi il dolore resta invalidante oltre i dodici mesi e la vita non riprende, il DSM-5-TR prevede una diagnosi a parte, il disturbo da lutto prolungato.

Come si cura la depressione reattiva?

Curare la depressione reattiva è possibile, e la strada principale è la psicoterapia. In alcuni casi il medico psichiatra può suggerire anche l'assunzione di farmaci.

La psicoterapia per la depressione reattiva

Non esistono percorsi predefiniti: ogni terapeuta cuce il percorso su misura della persona che ha davanti, seguendo un determinato approccio terapeutico.

Ne esistono molti, ma questi tre sono gli orientamenti più utilizzati:

  • cognitivo-comportamentale. Si concentra sui comportamenti, con protocolli ed esercizi pratici, anche da svolgere a casa, grazie ai quali è possibile iniziare a fare le cose in maniera diversa.
  • psicodinamico. Durante le sedute ci si focalizza sull'inconscio, sui sogni e sul passato, attraverso conversazioni molto introspettive, quasi dei pensieri ad alta voce, per individuare le forze che influenzano il nostro stato d'animo.
  • sistemico-relazionale. Tiene conto di come ci si relaziona, con strumenti come il genogramma e le domande circolari, utili a sciogliere i legami disfunzionali e a farci stare meglio come individui.

È fondamentale che la comunicazione con il terapeuta sia buona: abbi fiducia, non temere il giudizio ed esprimiti sempre con sincerità, altrimenti rischi di provare ancora più frustrazione perché la terapia non funziona.

Una donna di 43 anni, dopo ripetuti episodi di mobbing, manifesta sintomi di depressione reattiva, inclusi perdita di interesse per il lavoro, difficoltà nel sonno, rabbia e paura. In terapia, sto utilizzando l'ascolto empatico per accogliere le sue emozioni, momenti di psicoeducazione per aiutarla a comprendere il suo stato, tecniche di respirazione derivanti dalla Bioenergetica per ridurre lo stress, e strategie di ristrutturazione cognitiva per modificare i pensieri negativi. Questo approccio integrato mira a migliorare il suo benessere emotivo e la sua resilienza.

 

Se pensi di aver bisogno di un percorso di psicoterapia, puoi farlo con Serenis: il primo colloquio è gratuito e le sedute successive costano 49 euro l'una.

Farmaci per la depressione reattiva

Nella depressione reattiva il trattamento di prima linea è la psicoterapia, non il farmaco. L'evento c'è ed è identificabile, e il lavoro da fare riguarda il modo in cui lo stai attraversando.

I farmaci antidepressivi hanno qui un ruolo sintomatico: abbassano l'intensità dei sintomi, non risolvono la situazione che li ha prodotti. Si considerano quando i sintomi sono così intensi da impedirti di lavorare in terapia o di reggere la quotidianità, quando non dormi da settimane, quando non riesci ad alzarti, quando in seduta non c'è la lucidità necessaria per costruire qualcosa. In quei casi il farmaco affianca la psicoterapia e non la sostituisce, perché toglie il sintomo e lascia intatto il nodo.

Quando prevalgono ansia e insonnia, lo psichiatra può prescrivere ansiolitici o ipnoinducenti, per periodi brevi e sotto controllo.

Inizio, dosaggio e sospensione sono decisioni del medico

Su un punto la regola è netta: inizio, dosaggio e sospensione sono decisioni del medico. Non si sospende di propria iniziativa, nemmeno quando ti senti meglio, perché quel miglioramento è spesso l'effetto del farmaco, e interromperlo da soli può riportare indietro il quadro o dare sintomi da sospensione. Se qualcosa non va, dagli effetti collaterali al dubbio che non stia funzionando, ne parli con chi l'ha prescritto e decidete insieme.

Collaborano con noi anche degli psichiatri e delle psichiatre: solo questo tipo di figura professionale può prescrivere farmaci. Se vuoi, puoi iniziare un percorso di psichiatria con loro.

Quanto dura una depressione reattiva?

Nella maggior parte dei casi si parla di mesi, non di anni. Uno studio svizzero ha seguito per un anno 105 persone che avevano perso il lavoro senza volerlo: a circa tre mesi e mezzo dall'evento il disturbo dell'adattamento era presente nel 21,9% dei partecipanti, a sei mesi nel 6,7%, a dodici mesi nel 2,9%. Lo studio è di Lorenz, Maercker e Bachem pubblicato su Clinical Psychology in Europe nel 2020.

Cosa allunga e cosa accorcia i tempi

Ad allungare i tempi non è tanto la gravità iniziale, quanto la situazione che resta aperta. Nello stesso studio i sintomi superavano i sei mesi in circa un caso su tre fra quelli diagnosticati all'inizio, e gli autori lo collegano al fatto che lo stressor, il lavoro perso e tutto quello che ne consegue, spesso non si era ancora risolto. È anche il criterio del DSM-5, che lega la durata alla persistenza dell'evento: i sintomi non devono protrarsi oltre sei mesi dalla fine dell'evento e delle sue conseguenze. Pesano poi gli altri disturbi eventualmente in corso, che rallentano il recupero.

La terapia accorcia i tempi, e si vede presto: uno studio controllato sulle terapie di gruppo nella depressione reattiva, condotto da LaPointe e Rimm e pubblicato su Psychotherapy nel 1980, ha misurato miglioramenti già nel breve periodo.

Come aiutare chi soffre di depressione reattiva

Stare vicino a una persona che soffre di depressione è importante: supporto e comprensione sono aspetti fondamentali perché possa dedicarsi al processo di guarigione.

Ci sono anche delle buone abitudini che puoi suggerire per aiutarla a stare meglio:

  • fare attività sportiva. Da sola o in compagnia: insegna a dedicarsi a sé stessi e a fare attivamente qualcosa per stare meglio, ed è una delle misure di supporto che accompagnano la psicoterapia;
  • creare delle routine per dormire, con lo scopo di migliorare la qualità del sonno;
  • mangiare cibi sani e leggeri, perché occuparsi del proprio benessere fisico è il primo passo per iniziare a stare meglio anche dal punto di vista emotivo.

E poi è importante suggerire di intraprendere un percorso di psicoterapia che, in poco tempo, può dare buoni frutti e insegnare a vedere le cose da un punto di vista diverso.

Fonti:

Sitografia

Adjustment disorder: epidemiology, diagnosis and treatment.

Clinical Practice and Epidemiology in Mental Health, 5, 15.

Cognitive, assertive, and insight-oriented group therapies in the treatment of reactive depression in women.

Psychotherapy, 17(3)

The 12-month course of ICD-11 adjustment disorder in the context of involuntary job loss.

Clinical Psychology in Europe, 2(3).

Decreto ministeriale 5 febbraio 1992, Approvazione della nuova tabella indicativa delle percentuali di invalidità per le minorazioni e malattie invalidanti.

Gazzetta Ufficiale, Serie Generale n. 47.

Situational depression explained.

Healthline.

Alcune domande che potresti avere sulla depressione reattiva

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Dott.ssa Martina MiglioreDirettore della Formazione e dello Sviluppo
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Romana trapiantata in Umbria. Laureata in psicologia e specializzata in Psicoterapia Cognitivo Comportamentale. Ex-ricercatrice in Psicobiologia e psicofarmacologia. Visione pratica e creativa del mondo, amo le sfide e trovare soluzioni innovative. Appassionata di giochi di ruolo e cultura pop, li integro attivamente nelle mie terapie. Confermo da anni che parlare attraverso ciò che amiamo rende più semplice affrontare le sfide della vita.
Michela ZaccheriniPsicologa e Psicoterapeuta
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Lavoro nel settore dal 2000, prima in Oncologia e in seguito in Oncoematologia e Cure Palliative. Il mio obiettivo è aiutare le persone a trovare le risorse necessarie per fronteggiare i momenti di crisi e migliorare la qualità della vita e delle relazioni interpersonali. Utilizzo principalmente il colloquio, il training autogeno, le tecniche di arteterapia e la compassione.
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