Salute mentale in Italia nel 2026: i dati che ci riguardano da vicino

Lo sapevi che solo il 15% degli italiani vive in pieno benessere psicologico? Questo articolo esplora i dati del Report AXA Mind Health 2026, analizzando l'impatto di salute mentale, stress e burnout in Italia, con un focus sulle difficoltà dei giovani e sulle barriere psicologiche che ci impediscono di chiedere aiuto.

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In breve

  • Solo il 15% degli italiani si trova in uno stato di pieno benessere psicologico, tra le percentuali più basse a livello globale secondo il Report AXA Mind Health 2026.
  • A livello mondiale, il 46% della popolazione è in stato di languishing (assenza di benessere) o struggling (difficoltà attiva), un peggioramento di 6 punti rispetto al 2022.
  • Tra i giovani di 18-24 anni, il 59% è in languishing o struggling, con sintomi gravi di depressione, ansia e stress 2,3 volte più frequenti rispetto alla media.
  • Il 56% dei lavoratori vive un livello moderato-severo di stress professionale; il burnout è la prima causa dell'aumento dell'assenteismo.
  • Il principale ostacolo a cercare aiuto non è il costo né lo stigma, ma la convinzione di non averne bisogno: lo dichiara il 36% degli intervistati.

Introduzione

L'Italia si colloca al di sotto della media globale nella classifica del benessere mentale. A dircelo è il Report AXA Mind Health 2026, un'indagine condotta da Ipsos su 19.000 persone in 18 Paesi tra gennaio e febbraio 2026. Il dato che colpisce di più, guardando ai numeri italiani, è questo: solo il 15% della popolazione si trova in uno stato di pieno fiorire psicologico (il cosiddetto flourishing), ovvero quella condizione di benessere sociale, emotivo e psicologico che rappresenta l'obiettivo a cui tutti dovremmo tendere.

A confronto, la vicina Svizzera raggiunge il 32%. La media globale è del 23%. L'Italia, con l'indice Mind Health a 60,3 punti (media 61,8), è tra i Paesi più in difficoltà dell'intero campione.

Eppure il tema della salute mentale non è mai stato così al centro del dibattito pubblico. Come si spiega questo paradosso? E soprattutto, cosa ci dicono questi dati su chi siamo e su come stiamo?

Un paradosso globale: consapevolezza in crescita, benessere in calo

Dal 2021 a oggi, la percentuale di persone in languishing o struggling a livello mondiale è cresciuta di 6 punti percentuali, raggiungendo il 46% nel 2026 (AXA, 2026). Allo stesso tempo, quella in pieno benessere è scesa: dal 25% del 2022-2023 al 23% attuale.

Il paradosso è che la consapevolezza attorno alla salute mentale non è mai stata così alta: il tema viene percepito come priorità più urgente persino rispetto al cancro da parte di molte persone nel mondo. Tuttavia, questa consapevolezza non si è tradotta in un miglioramento reale del benessere. Il motivo, come suggerisce la ricerca scientifica sul carico allostatico, è che la conoscenza di un problema non ne riduce automaticamente l'impatto biologico: lo stress cronico produce usura fisiologica multisistemica a prescindere dal grado di consapevolezza che ne abbiamo (McCrory et al., 2023).

I principali fattori identificati dal Report come driver del disagio restano stabili nel tempo: pressione economica, incertezza sul lavoro, instabilità globale. A questi si è aggiunto un elemento relativamente nuovo: l'uso prolungato degli schermi digitali. La persona media trascorre oggi 5,1 ore al giorno davanti a uno schermo per attività personali, pari a quasi due mesi all'anno. Il 75% degli intervistati dichiara che questo ha un effetto negativo, almeno moderato, sulla propria vita quotidiana (AXA, 2026).

L'Italia nel ranking internazionale del benessere psicologico

AXA Mind Health Index 2026: punteggio per paese (più alto = migliore)

Media globale: 61,8 Italia Altri paesi
Dati Mind Health Index AXA 2026.

Fonte: AXA Mind Health Report 2026. Campione: 19.000 intervistati in 18 paesi (Ipsos, gen-feb 2026).

L'Italia ottiene un punteggio di 60,3 nell'indice Mind Health, al di sotto della media globale di 61,8. La percentuale di italiani in flourishing (il 15%) è tra le più basse del campione. All'estremo opposto si trovano la Svizzera (65,4, con il 32% in flourishing) e la Thailandia (66,5 punti), mentre il fanalino di coda è il Giappone (58,1) (AXA, 2026).

Questi dati non sono isolati: rispecchiano tendenze strutturali documentate anche in letteratura scientifica. Il carico allostatico (la misura dell'usura fisiologica accumulata dallo stress cronico) è influenzato per il 70,5% da fattori ambientali e solo per il 29,5% da fattori genetici (Petrovic et al., 2016). Il contesto sociale, economico e culturale in cui si vive conta enormemente.

Per l'Italia, questo significa che le politiche e le pratiche collettive (nel mondo del lavoro, nei servizi sanitari, nelle scuole) hanno un ruolo determinante nel plasmare il livello di benessere psicologico della popolazione. Non si tratta soltanto di un problema individuale.

I giovani, il gruppo più vulnerabile

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Tra le fasce d'età, quella che desta più preoccupazione è quella dei giovani adulti. Tra i 18 e i 24 anni, il 59% si trova in languishing o struggling, ovvero 13 punti percentuali al di sopra della media globale. I giovani sotto i 35 anni hanno una probabilità 2,3 volte maggiore rispetto al resto della popolazione di ricevere una diagnosi grave di depressione, ansia o stress (AXA, 2026).

L'uso eccessivo del digitale è uno dei fattori più citati da questa fascia d'età: il tempo medio davanti agli schermi sale a 6 ore giornaliere per gli under 34, contro le 4 ore dei più anziani. La solitudine è un'altra dimensione critica: i giovani adulti riferiscono sentimenti di isolamento con una frequenza doppia rispetto agli over 55.

Questi dati non devono essere letti come una colpa da attribuire ai giovani, ma come un segnale di quanto i fattori strutturali (mercato del lavoro instabile, costo della vita, rapporto difficile con i social media) pesino in modo sproporzionato sulle spalle di chi sta costruendo la propria vita adulta. La ricerca evidenzia del resto come i fattori ambientali dello stress siano modulabili: interventi mirati sul contesto fanno la differenza (McCrory et al., 2023).

Stress da lavoro e burnout: un problema strutturale

% che ha preso congedo di malattia per problemi di salute mentale nei 12 mesi precedenti

18-24 (fascia più a rischio) 25-34 35+
Dati per fascia d'età. AXA Mind Health Report 2026.

Fonte: AXA Mind Health Report 2026, dati globali. Ipsos per AXA, gen-feb 2026.

Il lavoro è uno degli assi principali attorno a cui ruota il disagio psicologico della popolazione adulta. Secondo il Report AXA 2026, il 56% dei lavoratori sperimenta livelli moderati-severi di stress professionale nell'arco di 12 mesi. Il 72% riporta almeno un impatto fisico o comportamentale legato a questo stress: difficoltà a dormire, irritabilità, calo di motivazione, sintomi somatici (AXA, 2026).

Le conseguenze si riversano anche fuori dall'ufficio: il 15% dichiara di evitare le interazioni sociali, il 13% riferisce difficoltà nelle relazioni personali. Anche quando il lavoro finisce, lo stress rimane.

Sul piano collettivo, le ricadute economiche sono documentate: l'Organizzazione Mondiale della Sanità stima una perdita annua di circa mille miliardi di dollari in produttività a livello globale imputabile ai disturbi mentali (WHO, 2024). Il Report AXA aggiunge che il burnout (conseguenza spesso ignorata dello stress cronico prolungato) è oggi la prima causa di aumento dell'assenteismo nei Paesi analizzati.

Il dato più preoccupante riguarda i giovani lavoratori: il 38% delle persone tra i 18 e i 24 anni ha preso un congedo per malattia legato a problemi psicologici, una percentuale che scende progressivamente con l'aumentare dell'età (32% tra i 25-34enni, 12% tra gli over 55) (AXA, 2026).

Il concetto di burnout è sempre più centrale nelle conversazioni sulla salute mentale lavorativa. Non si tratta di un semplice esaurimento passeggero: il burnout è uno stato di esaurimento fisico ed emotivo cronico, riconosciuto dall'OMS come fenomeno occupazionale. Comprendere la differenza tra stanchezza normale e uno stress lavoro correlato che richiede attenzione professionale è il primo passo per intervenire prima che il disagio si stabilizzi.

La ricerca mostra che l'approccio combinato (supporto psicologico e interventi contestuali) aumenta significativamente i tassi di risposta rispetto alle terapie singole: 65% vs 50% (Simon et al., 2024). La questione non è se chiedere aiuto funzioni, ma quando farlo.

Perché così pochi si rivolgono a un professionista

Il 60% degli intervistati nel Report AXA non ha mai consultato un professionista della salute mentale nell'ultimo anno, e il principale motivo non è il costo, né la scarsità di professionisti disponibili. È qualcosa di più sottile: il 36% delle persone non ritiene che la propria situazione giustifichi un intervento medico (AXA, 2026).

Questo dato è particolarmente rilevante se lo si affianca al 46% globale in languishing o struggling. Significa che milioni di persone vivono un disagio reale (affaticamento emotivo, difficoltà a concentrarsi, senso di vuoto o insoddisfazione) senza riconoscerlo come qualcosa che merita attenzione professionale.

Le barriere documentate dal Report, in ordine di frequenza, sono: la convinzione di non averne bisogno (36%), i costi (33%), i vincoli di tempo (20%), la paura dello stigma (15%), la difficoltà di accesso ai professionisti (15%) (AXA, 2026). Il sistema di credenze attorno alla salute mentale, ovvero l'idea che si debba "stare davvero male" per chiedere aiuto, è quindi l'ostacolo più grande da superare.

Chi fa psicoterapia per problemi che non raggiungono la soglia del disturbo clinico non sta esagerando: sta investendo preventivamente nel proprio benessere, esattamente come si fa con una visita medica di routine. La psicoterapia non è una risposta all'emergenza, ma uno strumento di cura e conoscenza di sé.

L'intelligenza artificiale e la salute mentale: potenziale e rischi

Il 63% delle persone ha già utilizzato strumenti di intelligenza artificiale per questioni legate alla propria salute mentale, con un 21% che lo fa regolarmente (AXA, 2026). Questo dato riflette una realtà: l'AI abbassa le barriere pratiche all'accesso, è gratuita, disponibile 24 ore su 24, immediata e percepita come non giudicante.

Tuttavia, il Report segnala rischi concreti: il 38% degli utilizzatori dichiara di fidarsi dell'AI più dei professionisti della salute mentale; il 28% ammette che l'uso di questi strumenti ha portato a comportamenti dannosi per sé. La soddisfazione verso le risposte dell'AI è tutt'altro che universale: il 55% si dichiara soddisfatto, ma il 45% no (AXA, 2026).

Il punto non è demonizzare questi strumenti, ma contestualizzarli. L'AI può abbassare la soglia di esplorazione di un tema, avvicinare qualcuno alla consapevolezza che esiste un problema. Ma non può sostituire la relazione terapeutica, che rimane il contesto in cui il cambiamento psicologico avviene davvero. Gli studi sull'efficacia delle app mHealth per la gestione dello stress mostrano risultati significativi solo quando sono integrate in un percorso di supporto più ampio (Sîrbu & David, 2024).

Da dove si può cominciare

I dati del Report AXA 2026 raccontano una situazione in cui il disagio è ampio, la consapevolezza cresce, ma il passo verso il supporto professionale è ancora difficile per molti. In Italia, in particolare, il gap tra chi soffre e chi chiede aiuto è uno dei più pronunciati del campione internazionale.

Riconoscere che qualcosa non va (che la stanchezza è diventata strutturale, che lo stress non si allenta, che la motivazione è scomparsa) è già un punto di partenza importante. Il passo successivo può essere piccolo: un'esplorazione, una consulenza, un test. La psicoterapia non richiede di essere in crisi: richiede solo la disponibilità a prendersi cura di sé.

Se stai attraversando un momento di difficoltà o vuoi capire meglio il tuo stato emotivo, un percorso di psicoterapia individuale può aiutarti a fare chiarezza in un contesto sicuro e professionale.

Fonti:

Bibliografia

[1] AXA Group. (2026). AXA Mind Health Report 2026. — Condotto con Ipsos su 19.000 intervistati in 18 Paesi (gennaio-febbraio 2026).

(2026)

[2] Allostatic load as a multisystem biomarker: A meta-analysis of its determinants and associations with health outcomes.

McCrory, C., et al. (2023)

[3] Heritability and genetic component of allostatic load: a twin study. Psychoneuroendocrinology.

Petrovic, D., et al. (2016)

[4] Comparative effectiveness of combination therapy versus monotherapy for depression. JAMA.

Simon, G. E., et al (2024)

[5] Effectiveness of mHealth apps for stress management: A systematic review and meta-analysis. Clinical Psychology Review.

Sîrbu, V., & David, O. A. (2024)

[6] Mental health in the workplace. WHO.

World Health Organization. (2024)

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ACAgnese Cannistraci
Agnese CannistraciPsicologa, Psicoterapeuta e Direttrice clinica in Serenis
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Dopo la laurea in Psicologia Clinica a Roma, mi sono specializzata in Gruppoanalisi e ho conseguito certificazioni in Psicodiagnostica Giudiziaria e Clinica, Tecniche Psicodrammatiche e Formazione alle Dinamiche Istituzionali. Credo che nel mio lavoro sia fondamentale generare uno spazio relazionale in cui la persona si senta vista e ascoltata, sia dal terapeuta che da se stessa, motivo per cui ho svolto un master in Sustainability Management, con l'intento di integrare gli aspetti clinici con un approccio volto alla promozione di benessere e sostenibilità individuali, organizzativi e sociali.
DsMDott.ssa Martina Migliore
Dott.ssa Martina MiglioreDirettore della Formazione e dello Sviluppo
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Romana trapiantata in Umbria. Laureata in psicologia e specializzata in Psicoterapia Cognitivo Comportamentale. Ex-ricercatrice in Psicobiologia e psicofarmacologia. Visione pratica e creativa del mondo, amo le sfide e trovare soluzioni innovative. Appassionata di giochi di ruolo e cultura pop, li integro attivamente nelle mie terapie. Confermo da anni che parlare attraverso ciò che amiamo rende più semplice affrontare le sfide della vita.
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