Cognitivismo: definizione, esponenti e applicazioni

Il cognitivismo studia la mente come un sistema che elabora, conserva e recupera le informazioni, spiegando i processi tra stimolo e risposta. Dalla teoria nascono la terapia cognitivo comportamentale e nuovi approcci educativi. In Serenis trovi professionisti per iniziare un percorso dedicato.
Scritto daDott.ssa Martina MiglioreDirettore della Formazione e dello Sviluppo
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Revisionato daTeam clinico Serenis
Pubblicato24 maggio 2024
•
Aggiornato25 settembre 2026
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Che cos'è il cognitivismo

Il cognitivismo è l'indirizzo della psicologia che tratta la mente come un sistema che riceve informazioni, le seleziona, le conserva e le recupera: attenzione, memoria, pensiero, linguaggio. Studia cioè i processi che stanno fra quello che ti arriva e quello che fai — gli stessi che spiegano perché puoi leggere una pagina intera senza ricordarne una riga: le parole le hai viste, elaborate no.

Nasce fra la fine degli anni Cinquanta e gli anni Sessanta, come reazione al comportamentismo. Da quella svolta arrivano sia la psicoterapia cognitivo comportamentale sia buona parte della pedagogia con cui si insegna oggi.

Cognitivismo in psicologia: definizione, significato e approccio cognitivista

Si comincia a parlare di cognitivismo, o di psicologia cognitiva, intorno al 1960. È il settore della psicologia che si occupa dei processi conoscitivi: come acquisisci un'informazione, come la trasformi, dove la conservi e come la recuperi quando ti serve. Il significato della corrente sta tutto nell'analogia con il calcolatore: la mente è il livello dei processi, il cervello è il supporto biologico su cui quei processi girano.

Attenzione, pensiero e creatività sono gli altri campi di indagine, processi a cui i cognitivisti riconoscono un'autonomia strutturale e insieme un'interdipendenza. La mente è strutturata in sistemi interconnessi, tra cui la memoria di lavoro (a capacità limitata) e la memoria a lungo termine (Hanham, 2023). La mente, in questa lettura, lavora in sequenza e con risorse finite: la memoria di lavoro tiene insieme circa sette elementi per volta, sette più o meno due: fra cinque e nove a seconda della persona e del tipo di materiale, secondo il lavoro classico di George Miller pubblicato nel 1956 su Psychological Review. È il limite che tocchi ogni volta che provi a tenere a mente un numero di telefono mentre qualcuno ti parla.

Dalla teoria cognitiva alla pratica terapeutica

Dal cognitivismo nasce una pratica terapeutica precisa, la psicoterapia cognitivo comportamentale. Il suo scopo è aiutarti a riconoscere i pensieri ricorrenti e gli schemi di ragionamento con cui interpreti quello che ti succede, per sostituirli o integrarli con convinzioni più funzionali. Qui i nomi sono altri rispetto a quelli della corrente: la terapia la fondano, per vie diverse e quasi in parallelo, Albert Ellis e Aaron T. Beck.

Quanto regge, questo approccio? Nel 2012 Stefan Hofmann e colleghi hanno riletto insieme le meta-analisi disponibili sull'efficacia della terapia cognitivo comportamentale, in una revisione pubblicata su Cognitive Therapy and Research. Il sostegno delle prove è più solido per i disturbi d'ansia, i disturbi somatoformi, la bulimia, la gestione della rabbia e lo stress. Su altri quadri il quadro è più variabile, e il confronto con altri trattamenti attivi dice meno di quanto la sintesi lasci pensare.

Albert Ellis: la Terapia Razionale Emotiva Comportamentale (REBT)

La terapia razionale emotiva comportamentale è stata ideata da Albert Ellis, psicologo statunitense di formazione psicoanalitica. Guarda al presente più che alla storia: alle abitudini, alle emozioni che ti fanno soffrire, ai comportamenti controproducenti che peggiorano la qualità della tua giornata.

L'assunto di base è che le reazioni emotive e i comportamenti dipendano dal modo in cui interpreti e valuti quello che ti accade, non dall'evento in sé. Da lì la terapia lavora sulla sofferenza con un insieme di tecniche cognitive, immaginative e comportamentali.

Aaron T. Beck: psicoterapia cognitiva tradizionale

Aaron Beck è ricordato come il fondatore della terapia cognitivo comportamentale standard, e in questi termini lo ricostruiscono Beck e Dozois nella loro rassegna del 2014 sulla teoria cognitiva. Il metodo che mise a punto resta efficace nel lavoro con persone depresse e in ansia.

Il punto di partenza è che la stessa situazione produce emozioni diverse in persone diverse, e anche nella stessa persona in momenti diversi, a seconda del significato che le attribuisce. Il lavoro terapeutico consiste allora nel diventare consapevole delle proprie cognizioni coscienti, quelle che di solito passano senza che tu le noti.

Gestalt e cognitivismo: un'analisi dei legami concettuali

Per psicologia della Gestalt si intende la corrente che mette al centro la percezione e l'esperienza. Si sviluppa agli inizi del Novecento e sostiene che la mente cerchi naturalmente di leggere il mondo per forme e modelli, organizzando le informazioni sensoriali in oggetti.

Il cervello semplifica per reggere l'urto di quantità enormi di dati, e questa è anche la ragione per cui cadi nelle illusioni ottiche: la scorciatoia che di solito funziona, lì sbaglia. La psicologia cognitivista nasce a sua volta per spiegare gli aspetti organizzati, costruttivi e globali dei fenomeni psichici. Da qui il riavvicinamento, o almeno la rivisitazione, dei temi e dei metodi gestaltisti.

Esponenti del cognitivismo

Che cosa sono i bias cognitivi

Un bias cognitivo è una deviazione sistematica dal ragionamento corretto: uno scarto che si ripete nella stessa direzione, in persone diverse, davanti allo stesso tipo di problema. Nasce dalle euristiche, le scorciatoie con cui la mente decide in fretta quando tempo, attenzione e informazioni sono poche. Amos Tversky e Daniel Kahneman lo hanno mostrato in un articolo del 1974 su Science: le stesse regole pratiche che ti fanno decidere in un secondo producono, in condizioni prevedibili, giudizi sbagliati.

Tre esempi rendono l'idea. Il bias di conferma ti porta a cercare e a ricordare ciò che conferma un'idea che hai già, lasciando fuori il resto. L'ancoraggio lega la tua stima al primo numero che hai visto, anche quando quel numero non c'entra nulla. La disponibilità ti fa giudicare più probabile quello che ti viene in mente più facilmente, ed è il motivo per cui volare sembra pericoloso il giorno dopo un servizio su un incidente aereo.

I bias sono universali e non sono un disturbo: li ha chiunque abbia una mente. Le distorsioni cognitive descritte da Beck sono un'altra cosa, cioè schemi di interpretazione ricorrenti che, quando diventano rigidi e pervasivi, alimentano il disagio e lo mantengono nel tempo. Un bias si corregge con l'informazione e con il metodo; una distorsione clinica è il bersaglio della terapia.

Comportamentismo e cognitivismo: due approcci psicologici a confronto

Il comportamentismo restringe l'oggetto della psicologia al comportamento osservabile e giudica inutile parlare di coscienza, perché non la si può osservare in modo oggettivo. Lo fonda J.B. Watson (1878-1958), che nega a una psicologia con ambizioni scientifiche la possibilità di indagare gli "stati mentali": quello che hai in testa non si vede, quindi non è materia di studio. Il metodo si regge sull'associazione fra stimolo, cioè l'ambiente, e risposta, cioè il comportamento.

Sul finire degli anni Cinquanta il comportamentismo entra in crisi e il cognitivismo prende il suo posto, con l'idea che la mente funzioni come un calcolatore: raccoglie quello che arriva da fuori, lo trasforma e produce una condotta. La conoscenza, per i cognitivisti, è mediata e viene dall'esperienza, e a mediarla sono le operazioni con cui acquisisci, elabori e controlli l'informazione.

Ridotto all'osso, il confronto è questo. Il comportamentismo guarda quello che si vede; il cognitivismo guarda le operazioni mentali che stanno fra lo stimolo e la risposta e che decidono quale risposta sarà.

Il comportamentismo, quindi, non è più il paradigma esclusivo della psicologia, e non è nemmeno un capitolo chiuso. I suoi risultati sul condizionamento e sul rinforzo, con le tecniche che ne derivano (esposizione, analisi funzionale, attivazione comportamentale), restano parte dei trattamenti basati su prove di efficacia: sono la componente comportamentale della terapia cognitivo comportamentale.

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Rivoluzione cognitiva e il superamento del comportamentismo

I presupposti del comportamentismo sono stati messi in discussione per due motivi principali.

  • lo schema stimolo-risposta si è rivelato troppo povero per rendere conto delle azioni umane;
  • l'osservazione dei soli comportamenti non riusciva a decifrare il funzionamento della psiche.

Da questi limiti è cresciuto un nuovo interesse per il pensiero e per i processi mentali. La teoria dell'apprendimento sociale di Albert Bandura occupa una posizione intermedia fra le due scuole: con l'apprendimento per osservazione Bandura mostra che impari guardando gli altri, e che fra il modello e la tua condotta passano attenzione, memoria e aspettative. È un allontanamento netto dal determinismo ambientale rigido del comportamentismo, verso una prospettiva orientata ai processi mentali.

Il padre del cognitivismo

Il padre del cognitivismo è Ulric Neisser, che alla corrente diede il nome e i principi. È una paternità diversa da quella di Ellis e Beck: Neisser fonda la psicologia cognitiva, loro la psicoterapia che ne è derivata. Il suo punto è che i processi mentali interni — percezione, memoria, pensiero — determinano il comportamento, e che la persona va considerata un elaboratore attivo, non un ricevitore.

Neisser è noto anche per l'approccio ecologico allo studio della cognizione, proposto in "Cognition and Reality" (1976). Con il concetto di validità ecologica sostenne che i processi cognitivi vanno studiati nei contesti reali in cui si esercitano, non soltanto in laboratorio. Il suo lettore ideale non subisce l'ambiente: lo interpreta e gli dà un significato.

Ha lavorato inoltre sulla percezione selettiva, mostrando quanto poco delle informazioni disponibili una persona effettivamente noti e ricordi. Quello che passa il filtro dipende dalle tue aspettative, dai tuoi interessi e da quello che ti è già successo.

Gli esponenti del cognitivismo: gli autori principali, da Bruner e Neisser a Piaget e Vygotskij

Fra gli esponenti del cognitivismo in psicologia spiccano Jerome Bruner, David Ausubel, Richard Atkinson e Richard Shiffrin. Jean Piaget e Lev Vygotskij sono invece precursori: hanno lavorato prima della rivoluzione cognitiva e appartengono al costruttivismo, ma senza il loro studio dello sviluppo del pensiero il cognitivismo non sarebbe nato.

Piaget resta uno dei massimi studiosi dello sviluppo del pensiero infantile. Per lui la conoscenza del bambino cresce nell'interazione con la realtà, e quella crescita attraversa quattro stadi: senso-motorio, pre-operatorio, operatorio concreto e operatorio formale.

Vygotskij sposta il baricentro sulla società, intesa come l'insieme delle conoscenze, dei valori culturali e delle relazioni. Per lui lo sviluppo delle capacità sociali precede quello cognitivo, perché è nell'interazione che il bambino apprende processi, strategie e quelle che chiama "funzioni mentali superiori".

Cognitivismo e costruttivismo: affinità e differenze concettuali

Il costruttivismo parte da una concezione della conoscenza come costruzione dell'esperienza personale, non come specchio di una realtà indipendente. È un approccio che tiene dentro il punto di vista di chi osserva, e che fa emergere il sapere dalla relazione fra un soggetto attivo e la realtà.

Per l'approccio cognitivista sei un elaboratore di informazioni e un generatore di significati, quindi non stai passivo davanti all'ambiente: partecipi in prima persona alla costruzione della realtà. Fin qui le due correnti si somigliano.

La differenza è che per il costruttivismo non esiste un mondo reale preesistente e indipendente dall'osservatore, ma diverse visioni che dipendono dal punto di osservazione. Ogni processo cognitivo e ogni giudizio non rispecchiano semplicemente qualcosa: sono un'operazione costruttiva in cui chi osserva è implicato. Il costruttivismo, pur ispirandosi al cognitivismo, gli rimprovera una visione troppo disincarnata dell'esperienza umana.

Cognitivismo in pedagogia

Cognitivismo pedagogico: l'influenza del cognitivismo sulla pedagogia e sull'apprendimento

Il cognitivismo ha cambiato la pedagogia in due modi. Ha messo al centro il ruolo attivo di chi impara, e ha reso evidente quanto conti l'ambiente nel modo in cui le informazioni vengono elaborate. Da qui i metodi che riconosci ancora oggi in aula: l'apprendimento basato su problemi, l'apprendimento cooperativo, l'apprendimento per scoperta.

Il baricentro dell'insegnamento si è spostato dalla trasmissione passiva di contenuti alla costruzione di ambienti in cui chi studia partecipa e costruisce conoscenza.

Le intelligenze multiple di Gardner

Howard Gardner, con la sua teoria delle intelligenze multiple, ha dato un contributo importante a questo campo. La sua tesi è che l'intelligenza non sia un'entità unica e misurabile, ma una combinazione di capacità cognitive diverse, che si manifestano in modi diversi da persona a persona.

È un'idea coerente con il nucleo del cognitivismo, che legge la mente come un sistema di processi che lavorano insieme per elaborare, interpretare e usare le informazioni che arrivano dall'ambiente. Anche Gardner insiste sul ruolo attivo di chi interpreta e sull'importanza dello scambio fra individuo e ambiente.

Per quali disturbi è indicato l'approccio cognitivo e quando rivolgersi a uno psicoterapeuta cognitivista

L'approccio cognitivo è indicato per i disturbi d'ansia nelle loro forme (ansia generalizzata, attacchi di panico, fobie specifiche, ansia sociale), per il disturbo ossessivo-compulsivo, per la depressione, per il disturbo da stress post-traumatico, per i disturbi del comportamento alimentare e per l'insonnia. È la stessa area in cui la revisione di Hofmann e colleghi trova il sostegno più solido delle prove.

Un percorso cognitivo comportamentale ha una forma riconoscibile. La durata è definita fin dall'inizio e gli obiettivi si concordano insieme, invece di restare impliciti. Il lavoro si concentra sui pensieri automatici e sugli schemi con cui interpreti le situazioni, e fra una seduta e l'altra c'è quasi sempre qualcosa da provare fuori dallo studio: un'osservazione da annotare, un'esposizione graduale, un esperimento comportamentale. Il presente pesa più della ricostruzione della storia passata.

Quando chiedere aiuto, allora. Il criterio non è la gravità che ti attribuisci, ma la durata e l'ingombro: se i sintomi durano e ti stanno togliendo il sonno, il lavoro, lo studio o le relazioni, quel confine è già superato. Chiedere una valutazione non significa avere una diagnosi, e non significa aver aspettato troppo. Davanti a sintomi gravi, o se ti passano per la testa pensieri di morte o di farti del male, la valutazione va chiesta subito: senza rimandare e senza legarsi in partenza a un orientamento terapeutico, perché in quel momento conta prima di tutto essere visti da un professionista.

Se senti di aver bisogno di uno psicologo e vuoi avvicinarti a chi lavora con un approccio cognitivista, puoi rivolgerti a Serenis, un centro medico autorizzato in cui collaborano centinaia di esperti della salute mentale. Le tecniche di psicoterapia si scelgono in fase di selezione del terapeuta più adatto alla tua condizione.

Fonti:

Sitografia

The magical number seven, plus or minus two: Some limits on our capacity for processing information.

(1956)

The Efficacy of Cognitive Behavioral Therapy: A Review of Meta-analyses

Integrating cognitive load theory with other theories, within and beyond educational psychology

Essay 20 Cognitive theory and therapy: past, present, and future

Judgment under Uncertainty: Heuristics and Biases

Psychology as the behaviorist views it

Readings in the history of psychology (pp. 457–471). (1948).

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Dott.ssa Martina MiglioreDirettore della Formazione e dello Sviluppo
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Romana trapiantata in Umbria. Laureata in psicologia e specializzata in Psicoterapia Cognitivo Comportamentale. Ex-ricercatrice in Psicobiologia e psicofarmacologia. Visione pratica e creativa del mondo, amo le sfide e trovare soluzioni innovative. Appassionata di giochi di ruolo e cultura pop, li integro attivamente nelle mie terapie. Confermo da anni che parlare attraverso ciò che amiamo rende più semplice affrontare le sfide della vita.
Federico RussoPsicologo, Psicoterapeuta, Neuropsicologo
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Psicologo e psicoterapeuta con 8 anni di Esperienza. Iscrizione all’Ordine degli Psicologi - Regione Puglia, n° 5048. Laurea in Psicologia clinica e della salute, Università degli Studi di Chieti. Specializzazione in Psicoterapia presso l'Istituto S. Chiara. Crede che la parte migliore del suo lavoro sia il risultato: l’attenuazione dei sintomi, la risoluzione di una difficoltà, il miglioramento della vita delle persone.
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