ADHD e dopamina: che connessione esiste? Quali strategie usare per gestirla?

La ricerca dimostra che l'adhd è legato a una regolazione alterata di dopamina e noradrenalina, con effetti su motivazione e attenzione. Oltre alle terapie, lo stile di vita e il supporto specialistico di psicoterapeuti come quelli di Serenis possono aiutare a gestire il carico mentale.

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ADHD e dopamina

La ricerca su ADHD e dopamina mostra che l’ADHD è strettamente legato a una disregolazione dei sistemi di dopamina e noradrenalina, con effetti su motivazione, sull'attenzione e sulla regolazione cognitiva ed emotiva.

La disfunzione dopaminergica, frequentemente associata all'ADHD, si manifesta principalmente attraverso la difficoltà nel mantenere la concentrazione, cali improvvisi di motivazione, un bisogno costante di stimoli (ricerca di novità) e una sensazione di fatica mentale anche nello svolgere attività semplici o ripetitive.

Esistono diverse strategie che possono aiutare a sostenere l’equilibrio neurochimico e ridurre il carico mentale nell'ADHD: la creazione di routine quotidiane personalizzate, tecniche di gestione dello stress, un sonno di qualità, l’attività fisica regolare, un’alimentazione mirata e, se necessario, il supporto specialistico.

Dopamina e ADHD: cosa dice la ricerca scientifica

La dopamina viene spesso associata all’ADHD, ma il quadro neuroscientifico è più complesso di quanto si pensasse in passato.

Una revisione sistematica pubblicata su Frontiers in Psychiatry nel 2024, basata su oltre quarant’anni di studi, evidenzia che il coinvolgimento della dopamina nell’ADHD è ben documentato, ma non può essere ridotto alla semplice idea di una "carenza di dopamina" (MacDonald et al., 2024).

Nelle persone con ADHD, infatti, il problema non riguarda necessariamente una quantità insufficiente di dopamina, bensì una regolazione alterata della trasmissione dopaminergica. Le principali aree coinvolte sono lo striato e la corteccia prefrontale, strutture fondamentali per attenzione, motivazione, pianificazione e controllo degli impulsi: aspetti che dipendono da come funziona il cervello ADHD.

Cos'è la dopamina?

La dopamina è un neurotrasmettitore, cioè un messaggero chimico che permette la comunicazione tra i neuroni. Viene prodotta in specifiche aree del cervello e agisce su circuiti che regolano la motivazione, l'apprendimento, il piacere e il movimento.

Il ruolo della dopamina nel cervello

La dopamina non è legata soltanto al piacere: svolge un ruolo centrale nei processi che regolano motivazione, apprendimento e attenzione.

Tra le sue funzioni principali ricordiamo:

  • anticipare una ricompensa e spingere verso un obiettivo;
  • sostenere attenzione e memoria di lavoro;
  • contribuire al controllo degli impulsi;
  • aiutare il cervello a elaborare i feedback e imparare dall’esperienza.

In un cervello neurotipico, il raggiungimento di un obiettivo attiva un rilascio di dopamina che rinforza quel comportamento, aumentando la probabilità che venga ripetuto. Nell’ADHD questo sistema di ricompensa appare meno efficiente: il cervello fatica a mantenere stabile la motivazione verso attività percepite come poco stimolanti o prive di gratificazione immediata.

Quando la segnalazione dopaminergica è meno efficace, l’attenzione tende a spostarsi continuamente alla ricerca di nuovi stimoli, rendendo più difficile mantenere concentrazione, continuità mentale e autoregolazione.

Le alterazioni del sistema dopaminergico sono solo uno dei fattori in gioco: per un quadro completo vedi le cause dell'ADHD tra genetica e biologia.

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Mancanza di dopamina nell'ADHD: come si manifesta

Descrivere l’ADHD come una semplice carenza di dopamina è riduttivo. Le alterazioni riguardano soprattutto il funzionamento della trasmissione dopaminergica cioè come la dopamina viene rilasciata, regolata e riutilizzata dal cervello.

Uno dei meccanismi più studiati coinvolge il trasportatore della dopamina (DAT), la proteina responsabile del riassorbimento della dopamina dallo spazio tra i neuroni. Alcuni studi hanno osservato alterazioni del DAT, che possono influenzare la disponibilità dopaminergica nei circuiti coinvolti in attenzione e motivazione. Questo riduce il tempo durante il quale il neurotrasmettitore resta disponibile per sostenere attenzione, motivazione e controllo cognitivo.

Sintomi cognitivi e comportamentali

Questa alterazione del sistema dopaminergico può riflettersi in alcuni dei sintomi dell'ADHD più comuni, tra cui:

Queste difficoltà non dipendono da mancanza di volontà o scarso impegno. Il cervello con ADHD tende a rispondere con maggiore efficacia agli stimoli percepiti come urgenti, nuovi o altamente gratificanti, mentre fatica a mantenere attivazione e motivazione nelle attività ripetitive o prive di ricompensa immediata.

Per questo motivo una persona con ADHD può concentrarsi intensamente per ore su qualcosa che trova coinvolgente e, allo stesso tempo, avere enormi difficoltà a completare attività burocratiche o monotone. Quella che dall’esterno può apparire come pigrizia selettiva è in realtà legata al funzionamento dei circuiti della ricompensa e dell’autoregolazione.

Se stai leggendo questa sezione riconoscendoti in alcuni di questi comportamenti, potrebbe valere la pena fare un primo passo di orientamento. Il test per l'ADHD online di Serenis non è uno strumento diagnostico, ma può aiutarti a capire se ha senso approfondire con uno specialista.

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Anche l’hyperfocus rientra in questa dinamica perché non è un’abilità sempre controllabile, ma una forma di attenzione intensa che si attiva quando uno stimolo aggancia in modo forte il sistema motivazionale. In questi momenti può diventare difficile interrompersi o spostare l’attenzione, persino davanti a bisogni fisici come fame, sonno o stanchezza.

Il ciclo ricompensa-motivazione nei soggetti con ADHD

Uno studio di neuroimaging pubblicato su Molecular Psychiatry ha osservato, attraverso PET (tomografia a emissione di positroni), una ridotta attività dei recettori dopaminergici nei circuiti della ricompensa negli adulti con ADHD. Questa alterazione risultava associata a difficoltà motivazionali e a una maggiore sensibilità verso le gratificazioni immediate rispetto ai benefici a lungo termine (Volkow et al., 2011).

Per questo motivo, attività con ricompense lontane nel tempo possono risultare estremamente difficili da iniziare o mantenere. Al contrario, urgenza, novità o pressione temporale riescono spesso ad "attivare" attenzione e motivazione.

Questa dinamica ha un impatto significativo anche sull’autostima. Molte persone con ADHD si colpevolizzano per non riuscire a svolgere attività considerate semplici o automatiche, come gestire pratiche quotidiane, organizzare l’ambiente o rispettare routine regolari. In realtà, la difficoltà nasce da un diverso funzionamento dei circuiti della motivazione e della ricompensa, non da mancanza di responsabilità o volontà.

Da qui derivano pattern molto comuni: lavorare bene solo sotto pressione, rimandare attività senza una scadenza immediata, iniziare molti progetti senza riuscire a completarli oppure sentirsi motivati soltanto in presenza di forte coinvolgimento emotivo o novità. Sono comportamenti strettamente collegati al modo in cui il cervello di una persona con ADHD regola attenzione, energia mentale e priorità cognitive.

Anche la stanchezza mentale cronica può essere spiegata da questo meccanismo. Compiti che per un cervello neurotipico richiedono un’attivazione relativamente automatica, nell’ADHD spesso richiedono uno sforzo cosciente continuo di autoregolazione. Il risultato è un elevato consumo di energia cognitiva, che può portare a esaurimento mentale anche in assenza di un intenso sforzo fisico.

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ADHD, dopamina e noradrenalina: le differenze

L’ADHD non coinvolge soltanto la dopamina ma anche la noradrenalina, o norepinefrina, che ha un ruolo centrale nella regolazione delle funzioni cognitive ed esecutive.

Se la dopamina è maggiormente associata a motivazione, ricompensa e ricerca dello stimolo, la noradrenalina interviene nei processi di vigilanza, attenzione sostenuta, regolazione dello stress e mantenimento dello stato di attivazione mentale. La sua attività è particolarmente importante nella corteccia prefrontale, l’area cerebrale coinvolta in pianificazione, memoria di lavoro, organizzazione e controllo degli impulsi.

Quando dopamina e noradrenalina non sono regolate in modo equilibrato, il cervello può avere difficoltà a filtrare le priorità e distribuire correttamente le risorse attentive. Di conseguenza, tutto può sembrare urgente e dispersivo allo stesso tempo, oppure nessuna attività riesce a generare un livello sufficiente di interesse da sostenere l’azione nel tempo.

Questo meccanismo è alla base anche di molti trattamenti farmacologici per l’ADHD. Farmaci come il metilfenidato e i derivati anfetaminici aumentano la disponibilità di dopamina e noradrenalina nello spazio tra i neuroni, agendo sui rispettivi trasportatori (MacDonald et al., 2024).

La risposta ai farmaci può variare notevolmente da persona a persona proprio perché il peso relativo delle alterazioni dopaminergiche e noradrenergiche non è identico in tutti gli individui. Alcune persone, ad esempio, rispondono meglio a molecole con un’azione prevalentemente noradrenergica mentre altre traggono maggior beneficio dagli psicostimolanti a spettro più ampio.

Come agiscono i farmaci per l'ADHD sul sistema dopaminergico

I trattamenti farmacologici per l'ADHD agiscono proprio sui meccanismi dopaminergici e noradrenergici descritti sopra, il che spiega perché per molte persone producono effetti significativi su attenzione, impulsività e carico cognitivo.

Il metilfenidato per l'ADHD, il principio attivo più prescritto in Italia per questo disturbo, agisce principalmente come inibitore del trasportatore della dopamina (DAT). Bloccando parzialmente la proteina responsabile del riassorbimento, prolunga la permanenza della dopamina nello spazio sinaptico — in particolare nella corteccia prefrontale e nello striato. Il risultato è una segnalazione dopaminergica più sostenuta, con miglioramenti misurabili su attenzione, inibizione degli impulsi e memoria di lavoro.

La lisdexamfetamina, un pro-farmaco stimolante approvato anche in Italia per il trattamento dell'ADHD negli adulti, agisce con un meccanismo più ampio: oltre a limitare il riassorbimento, stimola il rilascio attivo di dopamina e noradrenalina dalle vescicole di stoccaggio, producendo un incremento neurochimico più marcato e prolungato.

L'atomoxetina, unico non-stimolante approvato per l'ADHD, ha un'azione prevalentemente noradrenergica: inibisce il riassorbimento della noradrenalina nella corteccia prefrontale, con effetti indiretti anche sulla modulazione dopaminergica locale. È spesso utilizzata quando i farmaci stimolanti non sono indicati o tollerati. Tra le altre molecole non stimolanti studiate per gli adulti rientra il bupropione, mentre il modafinil viene talvolta valutato off-label come stimolante della vigilanza.

Nessuno di questi farmaci modifica in modo strutturale la regolazione dopaminergica: agiscono sulla disponibilità sinaptica del neurotrasmettitore mentre sono attivi, senza alterare il funzionamento sottostante. La risposta individuale varia in modo significativo, ed è per questo che la gestione farmacologica richiede sempre una valutazione e un monitoraggio da parte di uno psichiatra.

Come aumentare la dopamina con l'ADHD? Strategie naturali

La gestione della disfunzione dopaminergica richiede un approccio su più livelli, in cui le modifiche allo stile di vita possono affiancare concretamente i trattamenti clinici.

Queste modifiche riguardano in particolare quattro ambiti:

  • l'attività fisica;
  • l'igiene del sonno;
  • la sana alimentazione;
  • la gestione del tempo trascorso davanti agli schermi.

Vediamo ciascun aspetto più nel dettaglio

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Attività fisica per stimolare la dopamina

L’attività fisica è uno degli interventi non farmacologici più studiati nell’ADHD. L’esercizio aerobico nell'ADHD stimola il rilascio di dopamina e noradrenalina, con effetti positivi su attenzione, funzioni esecutive e umore anche nelle ore successive. Sessioni di 20–30 minuti possono produrre benefici misurabili sulla concentrazione e sulla regolazione mentale, utili soprattutto a chi soffre di difficoltà di concentrazione.

Anche attività semplici come una camminata veloce o una corsa leggera possono aiutare nella gestione quotidiana dei sintomi. La scelta dell’attività è importante: sport percepiti come troppo monotoni rischiano di ridurre la motivazione, mentre attività dinamiche, ritmiche o che richiedono coordinazione e strategia risultano spesso più coinvolgenti per un cervello ADHD.

L'influenza del sonno sulla regolazione della dopamina

La qualità del sonno ha un impatto diretto sulla regolazione dopaminergica. La privazione cronica di sonno può ridurre la sensibilità dei recettori della dopamina e peggiorare attenzione, impulsività e gestione emotiva.

A testimonianza del legame tra ADHD e sonno, molte persone con ADHD presentano alterazioni del ritmo circadiano, con difficoltà ad addormentarsi la sera e a svegliarsi al mattino. Questo può creare un circolo vizioso: dormire poco peggiora i sintomi cognitivi durante il giorno, rendendo ancora più difficile mantenere routine serali regolari.

Routine serali più stabili, riduzione dell’esposizione agli schermi prima di dormire ed esposizione alla luce naturale al mattino possono aiutare a regolare il ciclo sonno-veglia.

Alimentazione e dopamina: che legame esiste?

Infine, anche l'alimentazione può contribuire al benessere generale e al corretto funzionamento dei sistemi neurobiologici coinvolti nell'attenzione.

La dopamina viene sintetizzata a partire dalla L-tirosina, un aminoacido presente in alimenti ricchi di proteine come uova, pesce, carne, latticini e legumi. Un’alimentazione equilibrata supporta la produzione dei neurotrasmettitori coinvolti nell’attenzione e nella motivazione.

Anche la stabilità glicemica può influenzare energia mentale e concentrazione. Ridurre gli sbalzi glicemici e inserire pasti o spuntini proteici durante la giornata può aiutare a mantenere più stabili attenzione e livelli energetici. Per chi desidera andare oltre l'alimentazione, alcune molecole specifiche sono oggetto di studio: la guida sugli integratori per l'ADHD raccoglie le evidenze scientifiche disponibili.

Gestione degli schermi e dei social media

L’esposizione continua a social media, notifiche e contenuti ad alta stimolazione può aumentare la ricerca di gratificazioni immediate, rendendo più difficile mantenere l’attenzione su attività quotidiane meno coinvolgenti.

Non si tratta necessariamente di eliminare gli schermi, ma di gestirne l’uso in modo più consapevole. Creare momenti senza notifiche e introdurre pause dai social può aiutare a ridurre il sovraccarico di stimoli e favorire una regolazione attentiva più stabile.

Tecniche cognitive e comportamentali

Tra gli interventi più efficaci per l'ADHD, alcune strategie pratiche aiutano a strutturare l’ambiente in modo da assecondare il funzionamento del sistema dopaminergico:

  • Dividere gli obiettivi: scomporre un compito complesso in piccoli passi con micro-ricompense, così da mantenere attivo il circuito della gratificazione.
  • Usare limiti di tempo definiti: tecniche come il metodo Pomodoro trasformano il tempo in uno stimolo attivante, aiutando a ridurre procrastinazione e blocchi iniziali.
  • Usare stimoli diversi: rendere i compiti noiosi più facili da sopportare, lavorando in un posto diverso o più confortevole o a fianco di un'altra persona che sta facendo la stessa cosa, o mettere della musica.
  • Rendere visibili i progressi: utilizzare sistemi concreti di monitoraggio aiuta il cervello a percepire feedback positivi e continuità nel lavoro svolto.
  • Ridurre le decisioni: creare routine fisse per risparmiare energia mentale per le cose più importanti.

La "dieta della dopamina" per l'ADHD: cos'è e cosa dice la ricerca

Negli ultimi anni si è diffusa l'espressione "dieta della dopamina" per indicare un approccio alla gestione dei sintomi ADHD basato sulla riduzione consapevole degli stimoli ad alta gratificazione immediata. Il termine, entrato nel linguaggio della divulgazione neuroscientifica, non indica una dieta alimentare nel senso tradizionale, ma una strategia comportamentale orientata a calibrare il sistema dopaminergico nel tempo.

L'idea di partenza ha una razionale neurobiologica coerente con quello che sappiamo sull'ADHD: l'esposizione frequente e ripetuta a fonti di gratificazione rapida — notifiche, social media, contenuti progettati per l'engagement immediato, cibo ipercalorico — può ridurre progressivamente la sensibilità dei recettori dopaminergici. In un cervello già caratterizzato da un sistema di ricompensa meno efficiente, come quello con ADHD, questa dinamica rischia di amplificare il divario tra attività quotidiane percepite come "non stimolanti" e quelle che riescono effettivamente ad attivare motivazione e concentrazione.

In pratica, la "dieta della dopamina" applicata all'ADHD si articola su tre livelli:

  • Ridurre le fonti di dopamina a basso sforzo. Limitare l'uso passivo dei social media, silenziare le notifiche non urgenti, ridurre l'esposizione a contenuti progettati per catturare l'attenzione in modo automatico. Non si tratta di eliminazione, ma di gestione attiva della frequenza.
  • Aumentare le attività a ricompensa differita. Sport, lettura, apprendimento, progetti con obiettivi a lungo termine: attività che richiedono uno sforzo sostenuto prima di produrre gratificazione. Nel tempo, questo tipo di stimolazione contribuisce ad allenare il sistema dopaminergico verso orizzonti temporali più ampi.
  • Creare finestre di bassa stimolazione. Periodi brevi — anche solo alcune ore al giorno — senza accesso agli stimoli ad alta sollecitazione, con l'obiettivo di favorire una graduale risensibilizzazione del sistema dopaminergico.

Va detto che l'evidenza diretta sull'efficacia di questo protocollo come trattamento strutturato per l'ADHD è ancora limitata a studi osservazionali e report clinici: non esistono trial randomizzati controllati che testino la "dieta della dopamina" in modo isolato. Tuttavia, i principi su cui si basa — ridurre la competizione con stimoli iperattivanti, recuperare sensibilità verso obiettivi a lungo termine, stabilizzare l'ambiente di stimolazione — sono coerenti con la letteratura sulla disfunzione dopaminergica nell'ADHD e con le indicazioni degli interventi non farmacologici più studiati.

È importante distinguere questo approccio dall'idea di privazione. L'obiettivo non è eliminare il piacere o rinunciare agli stimoli digitali, ma calibrare la soglia di attivazione: aiutare il cervello a percepire come significative anche le attività che non offrono gratificazione immediata, riducendo la distanza tra "non mi va" e "posso iniziare".

Molte delle strategie già descritte in questo articolo — la gestione degli schermi, la routine serale, l'attività fisica regolare, la suddivisione degli obiettivi in micro-ricompense — rientrano di fatto in questo schema, anche quando non vengono nominate esplicitamente come "dieta della dopamina".

Dipendenza da dopamina nell'ADHD: un rischio reale?

Sì. Gli studi mostrano che l’ADHD è più frequente nelle persone con disturbi da uso di sostanze: circa il 21% degli adulti con dipendenze ha anche una diagnosi di ADHD (Peyre et al., 2023).

La spiegazione principale riguarda il sistema della ricompensa. Sostanze come alcol, nicotina e stimolanti aumentano rapidamente i livelli di dopamina e possono dare un sollievo immediato a sintomi come disattenzione, impulsività e tensione interna.

Per questo motivo può attivarsi un meccanismo di "automedicazione": la persona, spesso senza esserne pienamente consapevole, ricorre a queste sostanze per sentirsi più calma o più concentrata.

Non si tratta di mancanza di forza di volontà. Alcune differenze nei circuiti dopaminergici rendono questa vulnerabilità più probabile (Fattore et al., 2023). Riconoscerla precocemente permette di intervenire in modo più efficace. Lo stesso meccanismo di ricerca di gratificazione immediata può manifestarsi anche nel rapporto con il cibo: ne parliamo nella guida sulla correlazione tra ADHD e disturbi alimentari.

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Integratori per la dopamina nell'ADHD: cosa dice la scienza

Tra gli integratori più comuni utilizzati per l'ADHD troviamo:

  • Omega-3 (EPA e DHA)

Gli Omega-3 sono tra gli integratori con più evidenze nell’ADHD. Studi clinici e revisioni indicano miglioramenti modesti ma significativi sull’attenzione, grazie al loro ruolo nella funzione delle membrane neuronali e nei sistemi dopaminergici (Patan et al., 2024). Non sostituiscono la terapia, ma possono affiancarla.

  • Zinco e magnesio

Zinco e magnesio partecipano alla sintesi e alla regolazione dei neurotrasmettitori. In alcune persone con ADHD possono risultare bassi. L’integrazione è utile soprattutto in caso di carenza documentata; lo zinco è stato anche studiato per il possibile supporto agli effetti degli psicostimolanti.

  • Vitamina D

Esiste un’associazione tra bassi livelli di vitamina D e ADHD, ma le prove non sono sufficienti per dimostrare un miglioramento diretto dei sintomi con la sola integrazione. Resta comunque importante correggere eventuali carenze per la salute generale.

Gli integratori non sostituiscono terapie farmacologiche o psicoterapeutiche. L’eventuale utilizzo dovrebbe essere sempre valutato con uno specialista.

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Quando rivolgersi a uno specialista?

Vale la pena cercare un supporto professionale quando i sintomi dell’ADHD iniziano a compromettere in modo costante la vita lavorativa, scolastica, relazionale o sociale.

Molte persone arrivano a una valutazione dopo anni in cui hanno interpretato queste difficoltà come pigrizia, scarsa disciplina o mancanza di volontà. Una diagnosi cambia prospettiva: permette di leggere quei comportamenti come parte di un funzionamento neurobiologico e di accedere a interventi più mirati, riducendo anche la tendenza all’autocolpevolizzazione.

Il percorso clinico non serve solo a confermare o escludere l’ADHD, ma anche a comprendere meglio il proprio funzionamento. Uno specialista esperto nell’ADHD adulto può distinguere questa condizione da altre problematiche spesso sovrapposte, come ansiadisturbi dell’umore, e offrire una lettura più chiara e meno giudicante della situazione.

La terapia cognitivo-comportamentale (CBT) è tra gli interventi psicologici più utilizzati nell’ADHD adulto. Si concentra su aspetti pratici come gestione del tempo, organizzazione e controllo degli impulsi, ma lavora anche sul modo in cui la persona interpreta i propri fallimenti e difficoltà, con un impatto diretto su autostima e resilienza quotidiana.

Luca, 29 anni, arriva in terapia descrivendo una difficoltà costante a iniziare attività semplici ma poco stimolanti, come rispondere alle email, sistemare documenti o rispettare scadenze amministrative. Riferisce invece di riuscire a concentrarsi per ore su progetti creativi o attività molto coinvolgenti, vivendo questa differenza come una prova di pigrizia o incoerenza.

Durante la valutazione emerge un quadro compatibile con ADHD, caratterizzato da procrastinazione, difficoltà di pianificazione, ricerca di stimoli immediati e forte senso di colpa. Il lavoro CBT si concentra sulla psicoeducazione, aiutandolo a comprendere il ruolo dei circuiti della motivazione e della ricompensa nel suo funzionamento quotidiano.

Successivamente vengono introdotte strategie pratiche: suddivisione dei compiti in micro-obiettivi, uso di ricompense immediate, gestione degli stimoli digitali e routine di attivazione prima delle attività più faticose. Con il tempo Luca impara a leggere le proprie difficoltà non come mancanza di volontà, ma come un problema di autoregolazione da gestire con strumenti mirati.

Quando indicato, la psicoterapia può essere affiancata da un trattamento farmacologico prescritto da uno psichiatra, all'interno di un approccio integrato e personalizzato per curare l'ADHD. In questo senso, l’obiettivo non è forzare il proprio funzionamento, ma imparare a lavorare in modo più efficace con il proprio modo di essere.

In questo percorso possono essere d’aiuto anche servizi di supporto psicologico accessibili e flessibili come quelli offerti da Serenis, che mette a disposizione psicoterapeuti e psichiatri specializzati e percorsi pensati per adattarsi alle esigenze della persona. 

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Fonti:

Sitografia

Omega-3 polyunsaturated fatty acid supplementation in children with attention-deficit hyperactivity disorder (ADHD).

PMC/NCBI.

Bibliografia

The dopamine hypothesis for ADHD: An evaluation of evidence accumulated from human studies and animal models. — Frontiers in Psychiatry, 15, 1492126.

MacDonald, H. J., Kleppe, R., Szigetvari, P. D., Haavik, J. (2024)

Motivation deficit in ADHD is associated with dysfunction of the dopamine reward pathway. — Molecular Psychiatry, 16(11), pp. 1147-1154

Volkow, N. D., Wang, G. J., Newcorn, J. H. et al.

Prevalenza del disturbo da deficit di attenzione e iperattività (ADHD) tra le popolazioni con disturbo da uso di sostanze (SUD): Meta-analisi. — International Journal of Environmental Research and Public Health, 20(2), 1275.

Peyre, H., Hoertel, N., Stordeur, C., Delorme, R., Limosin, F. (2023)

Challenges of treating ADHD with comorbid substance use disorder: Considerations for the clinician. — Journal of Clinical Medicine, 12(9), 3096.

Fattore, L., Piva, A., Zanda, M. T. (2023)

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FRFederico Russo
Federico RussoPsicologo, Psicoterapeuta, Neuropsicologo
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Psicologo e psicoterapeuta con 8 anni di Esperienza. Iscrizione all’Ordine degli Psicologi - Regione Puglia, n° 5048. Laurea in Psicologia clinica e della salute, Università degli Studi di Chieti. Specializzazione in Psicoterapia presso l'Istituto S. Chiara. Crede che la parte migliore del suo lavoro sia il risultato: l’attenuazione dei sintomi, la risoluzione di una difficoltà, il miglioramento della vita delle persone.
DsMDott.ssa Martina Migliore
Dott.ssa Martina MiglioreDirettore della Formazione e dello Sviluppo
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Romana trapiantata in Umbria. Laureata in psicologia e specializzata in Psicoterapia Cognitivo Comportamentale. Ex-ricercatrice in Psicobiologia e psicofarmacologia. Visione pratica e creativa del mondo, amo le sfide e trovare soluzioni innovative. Appassionata di giochi di ruolo e cultura pop, li integro attivamente nelle mie terapie. Confermo da anni che parlare attraverso ciò che amiamo rende più semplice affrontare le sfide della vita.
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