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La copertina di questa puntata: una persona seduta su una grande mano, insieme al titolo "Aiutare aiuta?".La copertina di questa puntata: una persona seduta su una grande mano, insieme al titolo "Aiutare aiuta?".La copertina di questa puntata: una persona seduta su una grande mano, insieme al titolo "Aiutare aiuta?".

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Oggi parliamo di gesti

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Collaborare ci ha salvato la vita. Schiviamo disastri e predatori da trecentomila anni: il nostro lato sociale – quello che ci spinge a stare insieme e ad aiutarci – è stato fondamentale per farci sopravvivere fino a questa newsletter (pensa cosa avremmo perso).

In tempi più recenti, uno studio svolto su 13.500 persone di 33 nazioni ha cercato di rispondere alla domanda: “perché diamo una mano?".

1.

Possiamo farlo per ragioni “altruistiche”: spirito di solidarietà, compassione, identificazione, atti di fede... (aiutare il prossimo è un principio centrale in molte religioni).

2.

Ma possiamo anche farlo per occupare il tempo, incontrare nuove persone, ridurre il senso di colpa, ricevere delle gratificazioni – insomma, per premesse più “egoistiche”.

3.

Questo aspetto potrebbe farti storcere il naso. Se un gesto disinteressato nasconde un interesse, significa che non è veramente disinteressato. O no?

Non facciamo mai le cose per una sola ragione.


Documentandoci per questa puntata, abbiamo scoperto che tra i motivi del primo gruppo e quelli del secondo non esiste una divisione netta: possono coesistere, e spesso lo fanno.

Per esempio, una persona può scegliere di donare il sangue perché ritiene che sia un dovere, avendone la possibilità. Ma forse nel suo processo decisionale influisce anche il vantaggio di controllarsi periodicamente, grazie ad analisi regolari e gratuite.

Anche se fosse, questo non toglierebbe nulla all’importanza del gesto. In effetti, sapere che fare del bene può farci del bene potrebbe essere un motivo ulteriore per impegnarsi nel volontariato, o nella beneficienza: tanto vale rinforzare il concetto.

Due mani che si stringono a vicenda.

Collaborare ci ha salvato la vita. Schiviamo disastri e predatori da trecentomila anni: il nostro lato sociale – quello che ci spinge a stare insieme e ad aiutarci – è stato fondamentale per farci sopravvivere fino a questa newsletter (pensa cosa avremmo perso).

In tempi più recenti, uno studio svolto su 13.500 persone di 33 nazioni ha cercato di rispondere alla domanda: “perché diamo una mano?".

1.

Possiamo farlo per ragioni “altruistiche”: spirito di solidarietà, compassione, identificazione, atti di fede... (aiutare il prossimo è un principio centrale in molte religioni).

2.

Ma possiamo anche farlo per occupare il tempo, incontrare nuove persone, ridurre il senso di colpa, ricevere delle gratificazioni – insomma, per premesse più “egoistiche”.

3.

Questo aspetto potrebbe farti storcere il naso. Se un gesto disinteressato nasconde un interesse, significa che non è veramente disinteressato. O no?

Non facciamo mai le cose per una sola ragione.


Documentandoci per questa puntata, abbiamo scoperto che tra i motivi del primo gruppo e quelli del secondo non esiste una divisione netta: possono coesistere, e spesso lo fanno.

Per esempio, una persona può scegliere di donare il sangue perché ritiene che sia un dovere, avendone la possibilità. Ma forse nel suo processo decisionale influisce anche il vantaggio di controllarsi periodicamente, grazie ad analisi regolari e gratuite.

Anche se fosse, questo non toglierebbe nulla all’importanza del gesto. In effetti, sapere che fare del bene può farci del bene potrebbe essere un motivo ulteriore per impegnarsi nel volontariato, o nella beneficienza: tanto vale rinforzare il concetto.

(Senza punti di domanda)

Rende più felici

Spendere a beneficio di altre persone sembra innalzare il livello di felicità (e maggiore è la percentuale del reddito donato, maggiore è la soddisfazione).

Riduce la mortalità

Uno studio longitudinale – cioè protratto nel tempo – ha scoperto che l’aiuto non retribuito controbilancia gli eventi stressanti, allungando la vita.

Ci gratifica

Fare beneficenza attiva il sistema di ricompensa, il circuito cerebrale coinvolto in tante attività che ci danno piacere, come il sesso e il cibo.

35,9%

La percentuale di chi fa volontariato che si ritiene ottimista per il proprio futuro. Questa percentuale scende al 25,6% tra chi non fa volontariato.

Sondaggio: ISTAT

56%

La percentuale di ultrasettantenni che fanno volontariato e che esprimono "molta soddisfazione" per la propria vita, contro il 35% di chi non fa volontariato.

Studio: ISTAT

(Senza punti di domanda)

Rende più felici

Spendere a beneficio di altre persone sembra innalzare il livello di felicità (e maggiore è la percentuale del reddito donato, maggiore è la soddisfazione).

Riduce la mortalità

Uno studio longitudinale – cioè protratto nel tempo – ha scoperto che l’aiuto non retribuito controbilancia gli eventi stressanti, allungando la vita.

Ci gratifica

Fare beneficenza attiva il sistema di ricompensa, il circuito cerebrale coinvolto in tante attività che ci danno piacere, come il sesso e il cibo.

35,9%

La percentuale di chi fa volontariato che si ritiene ottimista per il proprio futuro. Questa percentuale scende al 25,6% tra chi non fa volontariato.

Sondaggio: ISTAT

56%

La percentuale di ultrasettantenni che fanno volontariato e che esprimono "molta soddisfazione" per la propria vita, contro il 35% di chi non fa volontariato.

Studio: ISTAT
La foto dell'ospite di questa puntata: Cristina Pettinato.

La beneficenza, il caregiving e il volontariato non hanno solo lati positivi: a seconda dei casi, possono essere anche fonti di stress, fatica o sofferenza psicologica. È un aspetto che bisogna considerare, perché tutte le “ricompense” che abbiamo citato nascono sempre da storie di grande impegno.

Ne abbiamo parlato con Cristina Pettinato, che è tantissime cose: un’insegnante, una mamma e una pedagogista. Ma anche una donatrice di Fondazione Telethon, la charity biomedica che da trent'anni finanzia la migliore ricerca italiana sulle malattie genetiche rare, anche grazie a più di 150.000 persone, come Cristina, che hanno scelto di sostenerla regolarmente.

«Solo se ti va di dirlo: cosa ti ha spinto a diventare una donatrice Telethon?»

«La mia esperienza con Telethon può essere definita semplicemente come una causalità. In realtà io l'ho sempre sentita come una spinta arrivata proprio dalla parte vera della vita. È stato un incontro con gli operatori Telethon a cui io ho detto subito sì, senza usare tanto la razionalità: è stata come una risposta immediata. Da allora io mi sento davvero parte di una grande famiglia».

«La tua esperienza con Telethon ha fatto del bene a molte persone. Diresti che ha fatto bene anche a te?»

«L'esperienza con Telethon ha certamente fatto molto bene a me, come sicuramente a tante, tante famiglie. Indipendentemente da chi ha ricevuto, risponderei "sì". Ci vogliono comunque persone che rispondano al dolore, quando c'è comunque una malattia, una fatica, o anche il non sapere ancora cosa può succedere nella vita di alcune persone, io credo che ci sia proprio bisogno di persone che rispondano al dolore. Il dolore appartiene alla vita umana, e poiché siamo tutti figli, abitanti su una Terra, dobbiamo cominciare ad aprirci a questa dimensione – la dimensione umana – che si sta davvero perdendo. Questo è l'effetto benefico che la donazione comporta, non solo quando se ne parla, ma davvero nel quotidiano».

«Sappiamo che per te la differenza tra chi dona e chi riceve mano a mano si dissolve. Ci spieghi meglio questo concetto?»

«Non esiste la differenza tra chi dona e chi riceve. Esiste con la razionalità, naturalmente, ma nel momento in cui dona, si dona non tanto ciò che si ha, il gesto che si può vedere, ma si dona quello che non si ha, che non si vede, e cioè proprio il riconoscere la dimensione umana della vita. L'esperienza del dono è una forma di solidarietà: offrire una parte di sé è prendersi cura degli altri, e nel momento in cui mi prendo cura degli altri mi prendo cura anche di me stessa, perché mi sento all'interno della dimensione umana».

«Anche la tua vita professionale è incentrata sull’aiuto. Come superi i momenti – se ci sono – in cui il peso sulle tue spalle si fa più pesante?»

«Nella mia professione sicuramente incontro spesso fatiche, ostacoli, gestione di emozioni molto forti, a volte anche sofferenza, dolore... certamente alcuni giorni il peso di quello che l'altro ti mette addosso sulla pelle, sull'anima, è faticoso. Ma io credo che sia proprio questa condivisione, questo riconoscere l'umanità di ogni persona, essere riconosciuta dall'altro nell'aspetto più umano, in questo risieda la vera felicità, che è esperienza di condivisione e quindi di gratitudine. Io sono grata per questo mio lavoro».

«Fai beneficenza e non lo nascondi. Cosa diresti a chi sostiene che “la beneficienza si fa ma non si dice”?»

«Rispetto alla beneficenza detta e non detta, io ribadisco proprio il concetto della condivisione, che viene sempre meno nella nostra società: è una società che chiude il proprio pensiero, le proprie case. Io invece credo che – anche in questo caso – sia importante condividere che cosa significhi fare l'esperienza del dono, incontrare anche la sofferenza, avere il coraggio di ascoltare queste storie, e di non aspettare che la vita bussi un giorno e viverle sulla propria pelle. Io personalmente ho vissuto un'esperienza di sofferenza e so cosa significhi sentirsi soli nel dolore. Si ha sempre bisogno degli altri, non siamo nati per stare da soli: qui risiede la vera felicità, e condividerla credo che sia un dono per tutti».

Quante informazioni, vero?
Facciamo una pausa.

Tocca scavare


Partendo da un paradosso, ne abbiamo incontrato un altro: aiutare il prossimo è sia una cosa che abbiamo dentro che una cosa che va tirata fuori, e anche con un certo impegno.

Se vorresti provarci ma non sai bene come, i quattro consigli di oggi riguardano questo.

Sii gentile a caso.

Lanciati in atti di gentilezza improvvisati, come offrire il caffè a una persona che non conosci, o fare un complimento a qualcuno che non senti da tanto. Poi fai attenzione a quello che provi.

Trova chi ti somiglia.

Cerca un’associazione di cui condividi la missione e comincia a frequentarla, o a contribuire. Fare parte di qualcosa in cui credi ti darà una direzione chiara e maggiore sicurezza.

Tieni un diario della gratitudine.

Ne trovi uno nella nostra app (ma puoi anche usare carta e penna). Concentrarti sulle cose buone della tua vita potrebbe aiutarti a sviluppare il desiderio di restituire.

Ricorda che puoi chiedere aiuto.

È un concetto che ogni tanto si dimentica: sei importante tanto quanto le persone a cui vorresti dare una mano. Prendendoti cura di te farai più del tuo interesse.

Il filo continua

Per approfondire, dai un'occhiata a questi contenuti che non abbiamo fatto noi.